News dai Soci
Un'opera che dura mille anni nasce solo dalla mossa di una persona
La Finestra del Cortile
Il messaggio di Fatima giudica la modernità.
di Domenico Bonvegna
Mi sembrava giusto e doveroso in occasione della festa della Madonna di Fatima e anche un po’ per staccare la spina sui temi della crisi politica ed economica, leggere il volume L’ultimo segreto di Fatima, scritto dal compianto Giuseppe De Carli edito da Rai, Eri, Rizzoli. Si tratta di una lunga intervista al cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato e Camerlengo di Sacra Romana Chiesa. Fatima è stato definito giustamente l’avvenimento più importante del secolo XX. Il libro riporta una rigorosa ricognizione di documenti, tra l’altro le pagine autografe di suor Lucia e l’interpretazione teologica dell’allora prefetto della dottrina della Fede Ratzinger. Il cardinale Bertone che allora nel 2000, ha condiviso, con il prefetto la storia della pubblicazione e l’interpretazione della Terza Parte del Segreto, mette in luce la rilevanza di un messaggio che è fra i più “politici e profetici” del XX secolo e tocca il destino dell’intera umanità.
I lefebvriani vicini al ritorno, tra abbracci da figliol prodigo e incubi di prelature
L’ha detto più volte Loris Capovilla, già segretario di Giovanni XXIII che aprì quel Concilio Vaticano II la cui attuazione non è ancora completata: “Occorre avere rispetto per chi torna in seno alla chiesa cattolica come figliol prodigo”. Parole riferite ai lefebvriani i quali, nonostante le divisioni interne relative all’opportunità di accettare il Concilio in ogni sua parte, sono oggi a un passo dal ritorno alla piena comunione con Roma.
torna il partito del Far West
Il nodo «fecondazione eterologa»
Torna il partito del far west
Assuntina Morresi
Il referendum 2005 sulla legge 40 che regola la procreazione medicalmente assistita prevedeva quattro quesiti, ma i proponenti ne avevano chiesto un quinto per abolirla interamente. La Consulta lo giudicò inammissibile, ritenendo che una norma in materia fosse «costituzionalmente necessaria».
Gli interessi in gioco – economici ed ideologici – sono però troppo forti, e gli oppositori della legge non si sono mai rassegnati alla bruciante sconfitta referendaria. Il loro obiettivo è rimasto immutato, ed è quello del quinto quesito: smontare tutta la 40, perché siano il "mercato" e le "volontà dei singoli" a decidere cosa è possibile e cosa no in questo delicatissimo ambito. E poiché non riescono a modificare la legge neppure in Parlamento, cercano di farlo per via giudiziaria. Con scarso successo, finora.
C’è stata qualche sentenza nei tribunali civili, valida solamente per i singoli casi, e la Corte Costituzionale è intervenuta su un solo passaggio, quello che (per evitare le tante vite congelate, pratica subito ripresa) prevedeva il numero massimo di tre embrioni da creare e trasferire contemporaneamente in utero, lasciando sostanzialmente invariato l’impianto della legge, che nel frattempo si è dimostrata un serio compromesso fra i diversi orientamenti culturali: ha consentito a tante coppie di accedere alla fecondazione assistita (contrariamente a quanto prevede la dottrina cattolica), ma ha anche mostrato una buona tutela dei soggetti coinvolti, limitandosi alla fecondazione omologa ed escludendo manipolazioni degli embrioni come anche pratiche eugenetiche.
La prossima settimana la Corte dovrà pronunciarsi sulla legittimità della fecondazione eterologa, che prevede l’uso di gameti estranei alla coppia. Se l’attuale divieto dovesse essere abolito, le conseguenze non sarebbero marginali.
L’eterologa rafforza infatti l’idea del diritto al figlio a tutti i costi e determina una drammatica frammentazione delle figure del padre e della madre, scisse e ridotte a contributi biologici e sociali. Ma avere tanti "padri" e "madri", purtroppo, di solito equivale a non averne nessuno. Chi chiede l’eterologa spiega che molte coppie solo per questa via possono avere un figlio: secondo costoro non è giusto permettere solo certe procedure vietandone altre, perché in questo modo alcune coppie infertili sono escluse dai trattamenti di procreazione assistita. Ma se l’argomento fosse accolto, una volta consentita la fecondazione in vitro tutte le tecniche dovrebbero essere permesse, a cominciare – magari con un’altra iniziativa giudiziaria – dall’utero in affitto, vale a dire la gravidanza in conto terzi: per alcuni infatti sarebbe questo l’unico modo per avere un figlio.
Se fosse abolito il divieto di eterologa si aprirebbe, poi, anzitutto un vuoto legislativo che non potrebbe essere colmato in poco tempo: essendo l’eterologa vietata, solo poche regole già in vigore possono essere evocate per regolamentarla. Servirebbe dunque una legge ad hoc per l’eterologa (se il nato da eterologa ha diritto a conoscere le modalità del suo concepimento, ed eventualmente l’identità dei "genitori biologici" e dei suoi consanguinei, tanto per cominciare) e per tutti i suoi aspetti sanitari (le modalità di cessione dei gameti, i test obbligatori e quelli facoltativi, con relativi costi e rimborsi), scongiurando ogni possibile forma di commercio. Il Parlamento sarebbe costretto a legiferare, ma i tempi ovviamente non sarebbero brevi: le questioni in gioco sono troppo sensibili per tollerare un iter-lampo.
Facile a questo punto capire dove si andrebbe a parare: in attesa di una legge si diffonderebbe l’eterologa senza regole, consolidando prassi da cui sarebbe sempre più difficile tornare indietro. Sarebbe vicino, a quel punto, il vero obiettivo: ricostituire una situazione prossima a quella precedente alla legge 40, di totale arbitrarietà. Una situazione intollerabile e inammissibile per la mancanza di tutele su coppie e bambini, che il Parlamento prima, i cittadini poi, e la Consulta finora, hanno scongiurato. E che nessuno oggi si augura.
A quando una giornata contro la cristofobia? Certo non in Inghilterra...
Daily Mail, 14 aprile 2012
La mano pesante dei tribunali sta perseguitando i cristianie li sta costringendo alla clandestinità, dice Lord Carey
I cristiani sono stati scacciati dai loro posti di lavoro e costretti a tenere nascosti i loro valori grazie alla mano pesante dei tribunali, ha dichiarato un ex Arcivescovo di Canterbury.
Lord Carey ha detto che i cristiani vengono trattati da bigotti e stanno affrontando lo stesso tipo di persecuzione cui erano soggetti una volta gli omosessuali.
Ha anche ribadito che la campagna per i diritti umani è andata troppo oltre che ora è politicamente motivata.
In un appello diretto alla Corte Europea dei Diritti Umani, Lord Carey ha ammonito che i credenti stanno venendo “pesantemente insultati” e “costretti ad andare in clandestinità” per opera della magistratura e dello stato.
Il suo attacco viene prima di una storica sentenza sulla libertà religiosa da parte della corte di Strasburgo il 4 settembre.
L'impiegata al check-in Nadia Eweida e l'infermiera Shirley Chaplin sostengono di essere state discriminate quando i loro padroni gli anno proibito di indossare croci sul posto di lavoro.
La corte ascolterà anche il caso di un funzionario di stato civile cristiano che si è rifiutato di condurre cerimonie di unione civile e del consigliere Gary MacFarlane, licenziato per avere ammesso di sentirsi a disagio nel somministrare terapia sessuale alle coppie gay.
Nel suo appello alla corte, letto dal Daily Telegraph, Lord Carey ha detto che l'espressione dei valori cristiani tradizionali è stata “bandita” in Inghilterra man mano che il paese è stato afferrato nella morsa di un “conformismo secolarista di credenze e di condotta”.
“I cristiani sono esclusi da molti settori lavorativi semplicemente a motivo della loro fede; fede che non è contraria al bene comune”, ha detto.
“Sono ora i cristiani a essere perseguitati, spesso ricercati e incastrati dagli attivisti omosessuali.
I cristiani sono ridotti in clandestinità. Sembra esserci una chiara ostilità contro la fede cristiana e contro i valori giudeo-cristiani. Chiaramente le corti del Regno Unito hanno bisogno di orientamento.
Le corti britanniche hanno mancato di difendere i cristiani in 'un caso dopo l'altro'”, ha detto Lord Carey.
E se le regole contro l'indossare le croci ed esprimere le proprie convinzioni religiose non verranno capovolte, i cristiani dovranno affrontare un “bando religioso” sul lavoro.
C'è anche una spinta a “rimuovere i valori giudeo-cristiani dalla pubblica piazza” dal momento che le corti hanno “sistematicamente applicato le leggi sull'uguaglianza per discriminare contro i cristiani”.
Le persone di fede vengono trattate da “bigotti”, ha detto Lord Carey, aggiungendo: “In un paese dove i cristiani possono essere licenziati per aver manifestato la loro fede, sono svillaneggiati dagli apparati dello stato, vivono nella paura di rappresaglie e anche dell'arresto per avere espresso le loro opinioni in materia di etica sessuale, qualcosa sta andando decisamente storto.
È qualcosa che influenza la bussola etica e morale del Regno Unito”.
Keith Porteous-Wood, direttore esecutivo della National Secular Society, ha dichiarato: “L'idea che esista una qualche specie di soppressione della religione in Inghilterra è ridicola.
Anche nella Convenzione Europea sui Diritti Umani, il diritto alla libertà religiosa non è assoluto – non è una licenza per calpestare i diritti degli altri. Questo sembra essere quel che Lord Carey vuole fare”.
La scorsa settimana David Cameron ha chiamato i cristiani alla “riscossa” in Inghilterra. Ha citato l'avvertimento di Lord Carey secondo il quale i cristiani stanno affrontando una “graduale marginalizzazione” dopo che al consiglio comunale di Bideford nel Devon è stato proibito da un tribunale di aprire le sue sedute con una preghiera.
Il suo impegno per proteggere i cristiani è stato immediatamente sabotato da un documento preparato dall'Home Office che ha dichiarato che i cristiani dovrebbero tenere per sé la loro fede sul posto di lavoro.
E non finisce qui...
(c) Daily Mail, 2012 ADUnauthorized translation by Giovanni Romano
P.S.: Porteous-Wood ha ragione. Nessuno in Inghilterra si sogna in questo momento di sopprimere la religione... musulmana, Sikh o buddista.
L’inferno del carcere
Sconvolta, riporto un passaggio di una lettera dal carcere, non di cento anni fa e nemmeno di un posto lontano:
“Rientro in cella, leggo la preghiera del Gius e la grazia che imploro è che sopra la follia sia data una speranza a ciascuno; cioè che ciascuno, guardando un bene avuto, possa guardare con compassione la propria e altrui follia e chiedere di ricominciare.
Fatelo anche voi, per piacere”.
Davanti a questo degradamento dell’umano cosa si può fare se non invocare una speranza?
E non è che la cosa non ci riguardi perché siamo lontani da san Vittore… purtroppo anche le nostre strade stanno diventando così. Cosa fare se non quanto ci suggerisce la conclusione della lettera?
Figli di Mammona
Com’è logico in un presente dominato dalla brama di informazione e non di conoscenza ci sono dei termini che siamo destinati a sentire molto spesso. Parole alla moda, buzzword per dirla all’americana, che ti ronzano nelle orecchie perché tutti le hanno sulle labbra.
La parola del momento è crescita.
Una caratteristica di questo tipo di termini è che sanno tutti quello che significa, ma poi non si riesce a darne una definizione chiara. Io, per esempio, ho dei dubbi.
Quando penso alla crescita mi vengono in mente i miei figli. Che ieri erano dei tombolini che mi arrivavano alle ginocchia, e ora hanno gambe lunghe e sindromi preadolescenziali. Oppure alla mia trippa, che subisce l’influenza di pranzi fuori e uova di cioccolato. O ai peli della mia barba, sempre da accorciare. E poi quel vago ronzio che potrebbe significare maggior prodotto interno lordo, borse più forti, più ricchezza, ma anche no.
La crescita, dicono. Ma mi sembra che questa crescita di cui parlano non sia poi altro che soldi in più che girano.
E accettiamo questo paradigma senza colpo ferire. Nessuno che alza la mano per dire, ehi, guardate che c’è dell’altro. Perché in fin dei conti siamo abituati così, siamo istruiti così, a dare al denaro il nostro pensiero dominante, a fargli governare le nostre vite. L’economia al governo, l’interesse nell’interesse in modo vagamente onanistico.
Ogni popolo ha il suo dio, e sembra che noi abbiamo deciso il nostro. In quale momento della storia è passato a dominarci? Mammona ha silenziosamente innalzato i suoi templi, e noi ci siamo entrati senza accorgercene, allettati da offerte speciali e giochini in borsa. Non abbiamo perso la nostra identità, l’abbiamo ceduta per un piatto di lenticchie e un televisore al plasma.
Il nostro dio si rivela nel punto di vista con cui affrontiamo le cose. Chiudete gli occhi, ascoltate le notizie, i discorsi, i vostri stessi pensieri e giudicateli. Quale sete li spinge? Quale preoccupazione li fa parlare?
Se vogliamo essere valorizzati, la domanda allora è “quanto costi”?
Di chi siamo figli, di un Dio che vuole la nostra felicità o di uno che pensa che possiamo essere comprati, venduti, commercializzati?
Oh, sì, io voglio crescere. Io voglio diventare grande.
VERSO L'IRRILEVANZA DEI CATTOLICI
L etica dopo il bunga bunga
16 Maggio 2012 DI ASSUNTINA MORRESI
Oggi c’è stato un convegno, la “Giornata Internazionale della famiglia”. Il Forum delle Famiglie l’ha organizzata fin dal 2002, e quest’anno ha coinvolto alcune istituzioni: Camera dei Deputati, Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Ministro per la Cooperazione internazionale e l’integrazione (che ha anche le deleghe alla famiglia). Qua il programma.
E nel pomeriggio arriva il ministro Fornero – intervento programmato – e subito dopo l’intervento del Presidente del Forum, serenamente spiega che:
"La famiglia e' in crisi. Una crisi innanzitutto di identità: la famiglia tradizionale rischia di diventare un'eccezione, non più la regola. Oggi le famiglie di fanno e si disfano, le coppie di fatto chiedono di essere considerate famiglie, ci sono coabitazioni di persone dello stesso sesso che chiedono la stessa cosa. Dobbiamo sforzarci di distinguere la parte riconducibile a un sistema di valori tradizionali e una visione aperta in cui tutti chiedono diritti. Io sono anche ministro per le pari opportunita, non mi pronuncio a favore di una cosa o dell'altra, ma esiste un problema di identità familiare e non possiamo far finta di niente. Abbiamo il dovere di riflettere".
Insomma: la Fornero con somma tranquillità va ad un evento istituzionale promosso dal Forum delle Famiglie e gli dice in faccia che il Forum è superato dagli eventi, è sostanzialmente vecchio, deve avere una visione aperta e che lei, insomma, da ministro delle pari opportunità deve per esempio porsi il problema delle coppie omosessuali.
E adesso affondo il coltello nella piaga: dove sono quelli che col sopracciglio alzato avevano obiettato a che Berlusconi presentasse la Conferenza Nazionale delle Famiglie (che il suo governo organizzava e finanziava)?
Quelli scandalizzati per i comportamenti privati di Berlusconi, che non si sentivano rappresentati da un cotale Presidente del Consiglio, adesso che fanno, con gli irreprensibili comportamenti pubblici della professoressa Fornero? Si sentono rappresentati, adesso?
La verità, paradossale solo in apparenza, è che insieme al re del bunga bunga e al suo governo sono caduti tutti gli argini in politica sui temi eticamente sensibili. Piaccia o meno – probabilmente a certi non piace affatto - le cose stanno così.
Già lo stiamo vedendo chiaramente: oggi il Ministro Profumo ha invitato i presidi a celebrare nelle scuole la giornata contro l’omofobia; sulla Fornero abbiamo già detto; non si riesce a discutere al Senato la legge sul fine vita; le linee guida sulla legge 40, pronte da mesi, non sono ancora state firmate dal Ministro Balduzzi, che evidentemente sta aspettando speranzoso la sentenza sull’eterologa; Pigi Battista sul Corriere scrive che, insomma, il matrimonio fra omosessuali non è mica una minaccia, il che significa che questa è la nuova parola d’ordine del “salotto buono” italiano; i radicali rilanciano il testamento biologico via web, e questo solo per dire le principali degli ultimi due giorni.
E non venitemi a dire, per favore, che in tempi di crisi economica dei temi eticamente sensibili non gliene frega niente a nessuno. Non è vero, e non è neanche vero che si usano per distrarre l’opinione pubblica: se così fosse, il governo Monti spingerebbe per portare la legge sul fine vita in parlamento, affronterebbe le leggi su coppie di fatto, e così via, per non far riempire le pagine dei giornali di tasse e suicidi.
Ma non lo fa, anzi: evita come la peste di discutere di questi temi, che scatenano ogni volta un putiferio e metterebbero sicuramente in difficoltà il suo governo.
Il fatto è che questi SONO temi fondamentali, che ognuno sente inevitabilmente come dirimenti, non eludibili. La vita, la morte, l’amore, i figli: per quale strano motivo non dovrebbero interessare, in tempo di crisi economica? Forse non si nasce più, non si muore più, non si desidera più avere figli? E d’altra parte, c’è una pressione fortissima del mondo ormai senza fede, per abbattere l’antropologia cristiana, per annichilire un orientamento cristiano diffuso anche fra i non praticanti, e sostituirlo con un triste individualismo nichilista assoluto, ed indifferente a qualsiasi credo religioso.
Per quale motivo un governo tecnico dovrebbe rimanere estraneo a questi temi? Non è la politica a decidere di metterli al centro. Sono loro a mettercisi: eutanasia, matrimoni gay, fecondazione assistita, arrivano da soli, nessuno li chiama sulla scena del dibattito pubblico.
E mentre tutto sembra venir giù, nel nuovo assetto politico i cattolici marciano serenamente verso l’irrilevanza.
http://www.stranocristiano.it/content/letica-dopo-bunga-bunga
COMUNICATO STAMPA DI EUGENIA ROCCELLA
Mi dispiacerebbe pensare che il Ministro Fornero che non ha mai cercato facili consensi sulle riforme per il lavoro, ne cerchi invece sul fronte della famiglia e del riconoscimento pubblico delle unioni di fatto.
Se il Ministro leggesse i dati, scoprirebbe che la situazione italiana è profondamente diversa da quella di gran parte del resto d’Europa: la famiglia tradizionale è ancora la regola, i figli nascono all’interno del matrimonio avendo quasi sempre un padre e una madre, resiste una rete parentale di sostegno e di affetti e tutto questo ha costituito, come il Ministro certamente sa, l’ammortizzatore sociale fondamentale che ha permesso a questo paese di resistere nella bufera della crisi economica.
Altrove spesso ci sono ormai altissime percentuali di madri single e questo produce povertà femminile e infantile e volatilità del ruolo paterno, i divorzi sono in qualche caso addirittura più dei matrimoni e le relazioni familiari sono instabili e poco durevoli.
Non chiedo a Elsa Fornero di condividere delle idee o dei principi, le chiedo però di tenere nel dovuto conto il dettato costituzionale che riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio e le chiedo, come Ministro del Welfare, di considerare le ricadute sul piano dello stato sociale di provvedimenti che rendono la famiglia più fragile e precaria, smagliando le reti di sostegno e di solidarietà così tipiche del nostro paese.
E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?
Davanti allo sfacelo umano che vedo intorno a me mi torna in mente l’intervista rilasciata da don Giussani a pochi mesi dalla conclusione della vita terrena:
«Del resto già Eliot aveva qualcosa da dire con una certa sicurezza di sé quando si domandava: “È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?”. Ma come fa un uomo del mio tempo, un uomo di questo tempo, parlando di cultura, usando la parola cultura, a non tener presente questa frase qui?! Dimentica i quattro quinti del mondo».
È una critica alla Chiesa o all’umanità?
«Tutti e due, tutte e due, perché innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro».
E la Chiesa quando ha abbandonato l’umanità?
«La Chiesa ha cominciato a abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo, non ha poggiato su… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo».
(dall’intervista a don Giussani nel video sui cinquant’anni di Cl)
SANT'OBAMA PROTETTORE DEI GAY
L’unione gay è una scelta di vita privata da rispettare e magari da regolamentare. Il matrimonio, invece, è la fonte della famiglia che è l’unica struttura naturale e culturale su cui si fonda, si rigenera e si perpetua una società e ogni civiltà
di Marcello Veneziani - 16 maggio 2012, 17:10
Sulla copertina di Newsweek l’hanno fatto con l’aureola, santo patrono delle coppie gay.
Dico di Obama che sostiene il matrimonio omosessuale. E penso ai suoi devoti, anche nostrani; penso pure a Battisti che sul Corsera ha sostenuto le nozze gay. Togliamo subito di mezzo ogni demonizzazione; ci sono omo migliori degli etero e altri peggiori, la personalità non si riduce al sesso. Bando a ogni fobia. L’unione gay è una scelta di vita privata da rispettare e magari da regolamentare. Il matrimonio, invece, è la fonte della famiglia che è l’unica struttura naturale e culturale su cui si fonda, si rigenera e si perpetua una società e ogni civiltà. È dunque un bene pubblico da riconoscere, da tutelare e da distinguere da ogni altro tipo di unione. Se la famiglia è un bene,l’unione gay è un fatto privato, che può avere valore soggettivo per quelle coppie; mentre la famiglia è un bene che ha valore etico, civile e religioso per la comunità, la sua storia e il suo avvenire. Quella distinzione va salvaguardata, per il bene della famiglia, non per il male dei gay. A favore delle nozze gay c’è Obama e il Potente Spirito del Tempo, mentre alle spalle di chi distingue il matrimonio dall’unione gay c’è, sola e inerme, la civiltà come finora l’abbiamo conosciuta e la nostra tradizione in uso da qualche millennio, anche precristiana. Se la famiglia oggi è molto malata, non è una buona ragione per seppellirla nella fossa comune delle unioni. Semmai una ragione in più per tutelarla e per volerle bene, come a una madre o a un figlio.
Qualcuno ha paura di essere felice? – 2
Non credevo che qualcuno reagisse a questa domanda posta QUI. Però ho visto che su facebook si è sviluppato un dialogo interessante che riporto:
- G. Già, quali sono gli effetti collaterali???
- E. Che hai la coscienza che prima o poi qualcosa ti va storta ;P
- V. E., perché ho l’impressione che stai barando? mmm… proprio ieri un amico mi diceva che sono catastrofica… eppure la cosa non mi rende triste… forse è un modo per prevenire le catastrofi… ma in fondo so che se sono felice non mi importa che poi qualcosa possa andare male… anzi nemmeno lo penso: sono felice e basta… boh! chissà!
- E. non so perchè hai questa impressione …
- V. mmmm…. forse perché per me la felicità quando capita è solo felicità e non lascia spazio ad altro… poi, possono venire i momenti bui, inevitabili! ma quando sono felice lo sono per intero, senza alcuna nube! Come quel ragazzino di 10 anni che correva spensierato e felice nella sua bici nuova. E non pensava se non ad essere felice (mentre io temevo che mi investisse e mi facesse cadere): io sapevo che tutto in lui diceva la sua felicità però – ho detto a mio marito che era con me – non ne era consapevole… e non saperlo è come non esserlo. Ma un giorno se ne renderà conto. Magari quando è cresciuto… e rimpiangerà quella spensieratezza. Ma sarà inutile il rimpianto del passato, perché ogni momento del presente può essere per la felicità o l’infelicità: dipende dalla nostra autocoscienza.
- G. È giusto, la felicità non ha altri effetti collaterali che questa GIOIA completa. Secondo me, bisogna coltivarla, per non perdere la capacità di goderne appieno . . . come dico sempre, trovare la felicità anche nelle cose quotidiane, anche in un sorriso aiuta ad affrontare i momenti no!
Quel che è in gioco è il nostro io…
Ricevo, ringrazio chi me l’ha donata e metto in comune:
“Siamo chiamati a vivere la nostra vita e la nostra fede in un contesto epocale, in cui quello che è in gioco è l’io, la persona: non un aspetto della vita, non un aspetto dell’io, ma la mia, la tua persona, l’io. E per questo non è un’esagerazione dire che la lotta è contro il “nulla” nel senso reale del termine, cioè contro lo sfascio del nostro io, la perdita dell’io. Un io che è così “piccolo”, come lo descrive Leopardi: «Quando egli [l’uomo], considerando la pluralità dei mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo che è minima parte di uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, in questa considerazione stupisce per la sua piccolezza e, profondamente sentendola e intensamente riguardandola, si confonde quasi col nulla». Questo siamo noi: qualcosa che «si confonde quasi col nulla». E quanto più profondamente uno sente e guarda questo, tanto più, davanti a questa piccolezza, a questo “quasi nulla”, se uno ha anche una minima consapevolezza di ciò, quando recita i salmi (“Cos’è l’uomo perché te ne ricordi?”), non può non commuoversi.
Ma se noi siamo questo “quasi nulla”, se siamo peccatori, bisognosi, allora si capisce bene qual è il dramma del nostro io. Non si tratta di mettere a posto una piccola parte di noi, di cambiare qualcosa nella stanzetta della nostra vita; non è una questione di decorazione: quello che è in gioco è il nostro io stesso. Perché noi siamo “gente non a posto”, raggiunta dall’Essere. Gente non a posto: siamo uomini come tutti, poveretti come tutti, peccatori come tutti! Perciò, come responsabili, non siamo qui per imparare un po’ meglio un discorso, ma perché siamo bisognosi, “gente non a posto”: abbiamo bisogno prima di tutto per noi.
Don Giussani diceva: «I cristiani (…) si illudono di essere buoni perché hanno capito una volta e fanno riferimento come se si salvassero con il discorso e la coerenza. Preferisco molti che cristiani non sono, perché sono consapevoli del male e della loro incapacità di seguire il bene che pure presentono. Per questo prediligo certi temperamenti che si agitano nel mondo e aspettano una pace che non viene, piuttosto che quei cattolici che si costruiscono un sistema per riposare nella loro supposta fede e supposta carità. In loro Cristo viene mummificato, e in più credono di conoscerlo». Meglio peccatori! Come dice Gesù: «Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi!”. Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e di altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?”. Gesù rispose: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”».
Solo chi ha la consapevolezza di essere “non a posto”, peccatore, bisognoso, come Matteo, capisce cosa vuol dire che uno fissi lo sguardo su di lui e gli dica: «Seguimi!». Potete immaginare la commozione di Matteo, che il Caravaggio ha colto e posto per sempre davanti ai nostri occhi («Io?! Proprio io?!», sembra rispondere Matteo con il gesto della mano a Gesù che lo chiama). Mai Matteo aveva avuto una consapevolezza così forte del proprio io, del proprio niente, del proprio essere peccatore, come davanti a quell’uomo. Questa è la commozione dell’io davanti all’Essere (altro che emozione sentimentale!), è la vibrazione dell’io, così piccolo, così “quasi nulla”, così bisognoso, nell’incontro con l’Essere. Tutte le altre commozioni sono immagine, ombra, dell’unica vera commozione, quella che l’uomo ha davanti all’Essere, nell’incontro con la presenza tenera e piena di misericordia di Gesù. È l’unica vera commozione, l’unica che corrisponde al bisogno umano, che resta per sempre, qualsiasi cosa accada.
«È una semplicità del cuore quella che mi faceva sentire e riconoscere – ha testimoniato don Giussani davanti a tutta la Chiesa – come eccezionale Cristo».5 Occorre questa semplicità di fronte all’eccezionalità di Cristo, all’incontro con questa presenza tenera e misericordiosa. Anche Matteo poteva dire, per usare l’espressione di don Giussani, di essere stato invitato dal principe: perché non era stato lui a invitarlo. Il banchetto di Matteo era la celebrazione della commozione davanti all’Essere – mentre gli altri mormoravano: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» -.
Quello che è accaduto a Matteo accade oggi. Mi diceva uno di voi che da quando è stato invitato a La Thuile, a questo incontro, dopo un anno difficile, aveva percepito questo gesto come l’invito del principe. Ma in quanti abbiamo avuto la percezione di essere qui “invitati dal principe”? Forse, oggi, dopo questo gesto insieme, tutti lo diremmo. Noi, come Matteo, siamo stati invitati dal principe, abbiamo incominciato a intravedere cosa vuol dire la vibrazione dell’Essere.
Che cosa infatti abbiamo visto, sperimentato, in questi giorni? Che l’Essere, attraverso una forma, la forma di questa realtà in cui siamo stati coinvolti, ci ha raggiunti uno a uno. Nella partecipazione a questo gesto, a questo “vortice di carità”, che ha una forma precisa, concreta, storica, fatta di volti, di canti, di testimonianze, tutti noi abbiamo visto accadere, davanti ai nostri occhi, l’esaltazione del nostro io. Perché attraverso questa forma, attraverso questo gesto, chi ci ha raggiunto è l’Essere.
Anche noi dobbiamo fare – come il cieco nato – il percorso della fede. Se non facciamo tutto il percorso della ragione, della libertà e dell’affezione fino al riconoscimento di Colui che è all’origine di ciò che ci è accaduto – l’Essere -, rimaniamo all’apparenza, in una emozione sentimentale, non viviamo cioè fino in fondo quello che è accaduto. «Come appare chiaro nel Vangelo di Giovanni – dice don Giussani -, Gesù non concepiva l’attrattiva sua sugli altri come un riferimento ultimo a sé, ma al Padre: a sé, perché Lui potesse condurre al Padre, come conoscenza e come obbedienza».
Perciò, prima della vocazione di Matteo, dopo la guarigione del paralitico, il Vangelo dice: «Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio. Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose”». Ma l’origine di queste cose prodigiose è Dio, è il Padre. Perché pensano a Dio, se hanno solamente visto uno guarito, e guarito da un uomo? Perché non potevano stare fino in fondo davanti all’accaduto senza pensare a Dio!
Se noi ci arrestiamo all’apparenza, perdiamo il meglio: il meglio è che attraverso questa forma, questo nostro essere insieme, qui, è l’Essere che ci raggiunge. Perché domani non saremo qui, dopodomani dovremo andare a lavorare, domani l’altro magari non avremo lavoro o saremo ammalati: ma c’è, ciò che è all’origine di quello che abbiamo vissuto, c’è; domani c’è, dopodomani c’è, senza lavoro c’è, con la malattia c’è, quando arriva la morte c’è!
Partecipando a questo gesto, abbiamo incominciato a capire, a intravedere il contenuto della lettera che don Giussani ci ha scritto, perché abbiamo fatto ancora una volta esperienza dell’Essere-Carità, l’esperienza originale dell’Essere che, attraverso una forma, ci “attacca”, desta una attrattiva in modo che tutti noi rimaniamo attaccati.
Non generiamo noi l’unità con l’Essere, è Lui che la genera: è la Sua presenza, attraverso una forma, che genera in noi questa unità. «Uno non si salva – diceva ancora don Giussani nell’intervista a Libero – da solo, per i propositi che fa, perché è un Altro che salva lui e il mondo, attraverso una cosa nuova fatta nascere nella storia. L’Essere! Tutto fiorisce dal flusso dell’Essere! (…) Senza Cristo uno si sente disperso in se stesso, inedito, incapace di focalizzare la realtà, incapace anche solo di scorgere con nitore qualsiasi bellezza durevole».
Possiamo intravedere cos’è accaduto alla Madonna, perché anche noi, come lei, siamo commossi. Questo è il metodo con cui Dio ci salva, come è successo per prima alla Madonna: “commossa dall’Infinito”. Abbiamo bisogno di persone, di amici “commossi”, che ci strappino dal nulla. Per questo il nostro rapporto è vocazionale: noi siamo amici per questo.
« Come si fa – dice don Giussani – a comunicare agli altri? Con discorsi? È impossibile! Si può soltanto contagiare per la “malattia grave” dell’esperienza che si fa in noi [è il “contagio” di questa malattia, di questa commozione]! (…) E tu sei in funzione del tutto [possiamo collaborare al bene di tutti, al bene del mondo] attraverso il contagio di quello che vivi tu, dell’emozione che vivi tu, dell’esperienza che vivi tu, del sentimento di te che vivi tu [altro che discorso corretto e pulito!]. Uno serve agli altri nella misura del sentimento che ha di se stesso», altrimenti non si comunica.
Più recentemente, agli Esercizi del Gruppo Adulto, don Giussani è intervenuto per rispondere a una domanda: «Tu ci hai detto che non c’è vibrazione di fronte all’Essere, come possiamo aiutarci?». E lui: «Comunicandoci, solo comunicandoci. E il comunicarsi non è soltanto la lingua, come strumento di parola, ma è innanzitutto lo strumento di una presenza che si comunica a te», di questa emozione che vivi tu, di questo sentimento che vivi tu. Non c’è un altro modo di comunicarsi, di comunicare la verità, se non la testimonianza, perché l’avvenimento cristiano è un avvenimento fatto di parole e di fatti insieme.
Allora il vero amico, l’unico che mi strappa dal nulla, è il testimone: testimone è colui che mi fa diventare familiare l’Essere, che mi fa partecipare a questa Presenza, alla commozione di questa Presenza, all’avvenimento di questa Presenza nella storia.
La testimonianza più grande dell’Essere, di Cristo, è l’unità tra di noi. Il riverbero più grande della presenza di Cristo è questa unità: niente è più impossibile all’uomo di questa unità. È di essa che dobbiamo essere figli, è a essa che dobbiamo obbedire. Occorre seguire questa unità, come ci insegna don Giussani fin dall’inizio: «Io appartenevo, non a loro, ma all’unità con loro», con quei tre dell’inizio. «Io sono figlio tuo» ha detto ieri a uno di noi. «Io sono figlio di questa unità, che il Padre genera davanti a noi». La sequela a don Giussani è qualcosa che fa un Altro: lui è generatore, è padre, perché generato permanentemente da un Altro, perché segue quello che genera un Altro, il Padre.
Possiamo essere tutti bravissimi, ma da soli ci perdiamo. Fuori da una comunione siamo “fatti fuori” in un minuto. Perciò la questione è l’attaccamento alla carne di una unità, l’obbedienza alla carne di una unità, altrimenti è il trionfo della propria interpretazione.
La consistenza della nostra vita non è nella nostra forza. Smettiamola di dire che non abbiamo la forza, perché la forza è la semplicità! Come il cieco nato: aveva più forza, più intelligenza dei farisei che tentavano di metterlo in difficoltà, perché ha avuto la semplicità di aderire a ciò che gli era successo, alla presenza di chi gli aveva ridato la vista. Questa è la nostra forza: accettare la mano di un altro, aderire alla mano che un altro ci dà per salvare la nostra vita. “
( JULIAN CARRON, LA THUILE AGOSTO 2003)Abbiamo tanta strada da fare – A gente come noi si conviene seguire
Continuo il post precedente con la prima cosa che mi è venuta in mente dopo la prima lettura.
PRANZO NATALIZIO A GRECCIO (dalla LEGGENDA PERUGINA)
1579 32. In altro tempo, venne un ministro dei frati da Francesco, che soggiornava a Greccio, per celebrare il Natale del Signore insieme con lui. I frati dell’eremo, in occasione della festa e per riguardo all’ospite, prepararono la mensa con cura, coprendo le tavole con belle tovaglie bianche, che avevano acquistato, e guarnendola di bicchieri di vetro. Quando Francesco scese dalla celletta per desinare, vedendo la mensa alzata da terra e allestita con tale ricercatezza, uscì senza farsi notare, prese il cappello e il bastone di un mendicante venuto là quel giorno e, dopo aver chiamato sottovoce uno dei compagni, andò fuori dalla porta del romitorio.
I frati non si accorsero di nulla. Si misero a tavola tranquillamente, poiché era volontà del Santo che, se non veniva subito all’ora della refezione, i frati cominciassero a mangiare senza di lui. Intanto il suo compagno chiuse la porta e rimase dentro, accanto all’uscio. Francesco bussò, e quello subito gli aprì. Entrò con il cappello sul dorso e il bastone in mano, come un pellegrino. Affacciatosi all’entrata della stanza dove i frati desinavano, egli disse al modo dei mendicanti: “ Per amore del Signore Dio, fate l’elemosina a questo povero pellegrino malato! “.
Il ministro e gli altri frati lo riconobbero immediatamente. E il ministro gli rispose: “ Fratello, siamo poveri anche noi, ed essendo numerosi, le elemosine che stiamo consumando ci sono necessarie. Ma per amore del Signore che hai invocato, entra, e divideremo con te le elemosine che Dio ci ha mandato “. Francesco si fece avanti e si accostò alla tavola. Il ministro gli diede la scodella, da cui stava prendendo cibo, con del pane. Il Santo prese l’una e l’altro, sedette a terra vicino al fuoco, di fronte ai fratelli che stavano a mensa in alto.
Disse allora sospirando: “ Quando vidi questa tavola preparata con tanto lusso e ricercatezza, ho pensato che non era la mensa dei poveri frati, i quali vanno ogni giorno a questuare di porta in porta. A gente come noi si conviene seguire in ogni cosa l’esempio di umiltà e povertà del Figlio di Dio più che agli altri religiosi: poiché a questo siamo stati chiamati e a questo ci siamo impegnati davanti a Dio e davanti agli uomini. Adesso, mi sembra, io sto a mensa come si addice a un frate “. Quelli ne arrossirono, comprendendo che Francesco diceva la verità. Alcuni presero a lacrimare forte, nel vedere Francesco seduto per terra e ripensando a come li aveva corretti con tanta santità e ragione.
Governo tecnico
Socci in libreria
L'ultimo libro di Antonio Socci, in libreria da oggi, è un romanzo!!!
"I giorni della tempesta", ed. Rizzoli, nel suo sito leggiamo qualche traccia della storia: la tomba di San Pietro, una veggente, il destino della Chiesa...."un filo rosso tra le origini del cristianesimo e il nostro fosco presente"....promette bene!
SIRIA: Intervista al vescovo di Aleppo
Forum della Meritocrazia
Affermazione della cultura del Merito anche nel nostro Paese: si tratta della "Notte dei Talenti" che si svolgerà il prossimo 16 maggio presso l'Auditorium di Milano dalle ore 20.00 alle ore 24.00.
Imprese Brianza-Bruxelles: opportunità di sviluppo
Nell'ambito della "Settimana d'Europa", il Comune di Monza, in collaborazione con Regione Lombardia, Confartigianato Imprese Monza e Brianza, Confindustria Monza e Brianza e Brianza Solidale organizza un Workshop dal titolo: "Imprese Brianza-Bruxelles: opportunità di sviluppo".
Il workshop approfondirà il tema dei contributi a favore delle Imprese in riferimento alle tematiche di ricerca&innovazione,formazione, Internazionalizzazione e Start Up erogati dalla UE e da Regione Lombardia.












