Anna Vercors

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Che val la vita se non per essere data? (P. Claudel)
Aggiornato: 44 min 33 sec fa

L’inferno del carcere

Gio, 2012-05-17 15:41

Sconvolta,  riporto un passaggio di una lettera dal carcere, non di cento anni fa e nemmeno di un posto lontano:

“Rientro in cella, leggo la preghiera del Gius e la grazia che imploro è che sopra la follia sia data una speranza a ciascuno; cioè che ciascuno, guardando un bene avuto, possa guardare con compassione la propria e altrui follia e chiedere di ricominciare.

Fatelo anche voi, per piacere”.

Leggete la lettera qui

Davanti a questo degradamento dell’umano cosa si può fare se non invocare  una speranza?

E non è che la cosa non ci riguardi perché siamo lontani da san Vittore…  purtroppo anche le nostre strade stanno diventando così.  Cosa fare se non quanto ci suggerisce la conclusione della lettera?


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E’ l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?

Gio, 2012-05-17 10:42

Davanti allo sfacelo umano che vedo intorno a me mi torna in mente l’intervista rilasciata da don Giussani a pochi mesi dalla conclusione della vita terrena:

«Del resto già Eliot aveva qualcosa da dire con una certa sicurezza di sé quando si domandava: “È l’umanità che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità?”. Ma come fa un uomo del mio tempo, un uomo di questo tempo, parlando di cultura, usando la parola cultura, a non tener presente questa frase qui?! Dimentica i quattro quinti del mondo».

È una critica alla Chiesa o all’umanità?

«Tutti e due, tutte e due, perché innanzitutto è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa, perché se io ho bisogno di una cosa, le corro dietro, se quella cosa va via. Nessuno correva dietro».
E la Chiesa quando ha abbandonato l’umanità?
«La Chiesa ha cominciato a abbandonare l’umanità secondo me, secondo noi, perché ha dimenticato chi era Cristo, non ha poggiato su… ha avuto vergogna di Cristo, di dire chi è Cristo».

(dall’intervista a don Giussani nel video sui cinquant’anni di Cl)


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Qualcuno ha paura di essere felice? – 2

Gio, 2012-05-17 09:16

Non credevo che qualcuno reagisse a questa domanda posta QUI. Però ho visto che su facebook si è sviluppato un dialogo interessante che riporto:

  • G.  Già, quali sono gli effetti collaterali???
  • E. Che hai la coscienza che prima o poi qualcosa ti va storta ;P
  • V. E., perché ho l’impressione che stai barando? mmm… proprio ieri un amico mi diceva che sono catastrofica… eppure la cosa non mi rende triste… forse è un modo per prevenire le catastrofi… ma in fondo so che se sono felice non mi importa che poi qualcosa possa andare male… anzi nemmeno lo penso: sono felice e basta… boh! chissà!

  • E. non so perchè hai questa impressione …
  • V. mmmm…. forse perché per me la felicità quando capita è solo felicità e non lascia spazio ad altro… poi, possono venire i momenti bui, inevitabili! ma quando sono felice lo sono per intero, senza alcuna nube! Come quel ragazzino di 10 anni che correva spensierato e felice nella sua bici nuova. E non pensava se non ad essere felice (mentre io temevo che mi investisse e mi facesse cadere): io sapevo che tutto in lui diceva la sua felicità però – ho detto a mio marito che era con me – non ne era consapevole… e non saperlo è come non esserlo. Ma un giorno se ne renderà conto. Magari quando è cresciuto… e rimpiangerà quella spensieratezza. Ma sarà inutile il rimpianto del passato, perché ogni momento del presente può essere per la felicità o l’infelicità: dipende dalla nostra autocoscienza.

  • G. È giusto, la felicità non ha altri effetti collaterali che questa GIOIA completa. Secondo me, bisogna coltivarla, per non perdere la capacità di goderne appieno . . . come dico sempre, trovare la felicità anche nelle cose quotidiane, anche in un sorriso aiuta ad affrontare i momenti no!

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Quel che è in gioco è il nostro io…

Gio, 2012-05-17 08:07

Ricevo, ringrazio chi me l’ha donata e metto in comune:

“Siamo chiamati a vivere la nostra vita e la nostra fede in un contesto epocale, in cui quello che è in gioco è l’io, la persona: non un aspetto della vita, non un aspetto dell’io, ma la mia, la tua persona, l’io. E per questo non è un’esagerazione dire che la lotta è contro il “nulla” nel senso reale del termine, cioè contro lo sfascio del nostro io, la perdita dell’io. Un io che è così “piccolo”, come lo descrive Leopardi: «Quando egli [l’uomo], considerando la pluralità dei mondi, si sente essere infinitesima parte di un globo che è minima parte di uno degli infiniti sistemi che compongono il mondo, in questa considerazione stupisce per la sua piccolezza e, profondamente sentendola e intensamente riguardandola, si confonde quasi col nulla». Questo siamo noi: qualcosa che «si confonde quasi col nulla». E quanto più profondamente uno sente e guarda questo, tanto più, davanti a questa piccolezza, a questo “quasi nulla”, se uno ha anche una minima consapevolezza di ciò, quando recita i salmi (“Cos’è l’uomo perché te ne ricordi?”), non può non commuoversi. 

Ma se noi siamo questo “quasi nulla”, se siamo peccatori, bisognosi, allora si capisce bene qual è il dramma del nostro io. Non si tratta di mettere a posto una piccola parte di noi, di cambiare qualcosa nella stanzetta della nostra vita; non è una questione di decorazione: quello che è in gioco è il nostro io stesso. Perché noi siamo “gente non a posto”, raggiunta dall’Essere. Gente non a posto: siamo uomini come tutti, poveretti come tutti, peccatori come tutti! Perciò, come responsabili, non siamo qui per imparare un po’ meglio un discorso, ma perché siamo bisognosi, “gente non a posto”: abbiamo bisogno prima di tutto per noi.
Don Giussani diceva: «I cristiani (…) si illudono di essere buoni perché hanno capito una volta e fanno riferimento come se si salvassero con il discorso e la coerenza. Preferisco molti che cristiani non sono, perché sono consapevoli del male e della loro incapacità di seguire il bene che pure presentono. Per questo prediligo certi temperamenti che si agitano nel mondo e aspettano una pace che non viene, piuttosto che quei cattolici che si costruiscono un sistema per riposare nella loro supposta fede e supposta carità. In loro Cristo viene mummificato, e in più credono di conoscerlo». Meglio peccatori! Come dice Gesù: «Dopo ciò egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi!”. Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla di pubblicani e di altra gente seduta con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: “Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?”. Gesù rispose: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi”».

Solo chi ha la consapevolezza di essere “non a posto”, peccatore, bisognoso, come Matteo, capisce cosa vuol dire che uno fissi lo sguardo su di lui e gli dica: «Seguimi!». Potete immaginare la commozione di Matteo, che il Caravaggio ha colto e posto per sempre davanti ai nostri occhi («Io?! Proprio io?!», sembra rispondere Matteo con il gesto della mano a Gesù che lo chiama). Mai Matteo aveva avuto una consapevolezza così forte del proprio io, del proprio niente, del proprio essere peccatore, come davanti a quell’uomo. Questa è la commozione dell’io davanti all’Essere (altro che emozione sentimentale!), è la vibrazione dell’io, così piccolo, così “quasi nulla”, così bisognoso, nell’incontro con l’Essere. Tutte le altre commozioni sono immagine, ombra, dell’unica vera commozione, quella che l’uomo ha davanti all’Essere, nell’incontro con la presenza tenera e piena di misericordia di Gesù. È l’unica vera commozione, l’unica che corrisponde al bisogno umano, che resta per sempre, qualsiasi cosa accada. 
«È una semplicità del cuore quella che mi faceva sentire e riconoscere – ha testimoniato don Giussani davanti a tutta la Chiesa – come eccezionale Cristo».5 Occorre questa semplicità di fronte all’eccezionalità di Cristo, all’incontro con questa presenza tenera e misericordiosa. Anche Matteo poteva dire, per usare l’espressione di don Giussani, di essere stato invitato dal principe: perché non era stato lui a invitarlo. Il banchetto di Matteo era la celebrazione della commozione davanti all’Essere – mentre gli altri mormoravano: «Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori?» -.

Quello che è accaduto a Matteo accade oggi. Mi diceva uno di voi che da quando è stato invitato a La Thuile, a questo incontro, dopo un anno difficile, aveva percepito questo gesto come l’invito del principe. Ma in quanti abbiamo avuto la percezione di essere qui “invitati dal principe”? Forse, oggi, dopo questo gesto insieme, tutti lo diremmo. Noi, come Matteo, siamo stati invitati dal principe, abbiamo incominciato a intravedere cosa vuol dire la vibrazione dell’Essere. 
Che cosa infatti abbiamo visto, sperimentato, in questi giorni? Che l’Essere, attraverso una forma, la forma di questa realtà in cui siamo stati coinvolti, ci ha raggiunti uno a uno. Nella partecipazione a questo gesto, a questo “vortice di carità”, che ha una forma precisa, concreta, storica, fatta di volti, di canti, di testimonianze, tutti noi abbiamo visto accadere, davanti ai nostri occhi, l’esaltazione del nostro io. Perché attraverso questa forma, attraverso questo gesto, chi ci ha raggiunto è l’Essere.
Anche noi dobbiamo fare – come il cieco nato – il percorso della fede. Se non facciamo tutto il percorso della ragione, della libertà e dell’affezione fino al riconoscimento di Colui che è all’origine di ciò che ci è accaduto – l’Essere -, rimaniamo all’apparenza, in una emozione sentimentale, non viviamo cioè fino in fondo quello che è accaduto. «Come appare chiaro nel Vangelo di Giovanni – dice don Giussani -, Gesù non concepiva l’attrattiva sua sugli altri come un riferimento ultimo a sé, ma al Padre: a sé, perché Lui potesse condurre al Padre, come conoscenza e come obbedienza».

Perciò, prima della vocazione di Matteo, dopo la guarigione del paralitico, il Vangelo dice: «Subito egli si alzò davanti a loro, prese il lettuccio su cui era disteso e si avviò verso casa glorificando Dio. Tutti rimasero stupiti e levavano lode a Dio; pieni di timore dicevano: “Oggi abbiamo visto cose prodigiose”». Ma l’origine di queste cose prodigiose è Dio, è il Padre. Perché pensano a Dio, se hanno solamente visto uno guarito, e guarito da un uomo? Perché non potevano stare fino in fondo davanti all’accaduto senza pensare a Dio!
Se noi ci arrestiamo all’apparenza, perdiamo il meglio: il meglio è che attraverso questa forma, questo nostro essere insieme, qui, è l’Essere che ci raggiunge. Perché domani non saremo qui, dopodomani dovremo andare a lavorare, domani l’altro magari non avremo lavoro o saremo ammalati: ma c’è, ciò che è all’origine di quello che abbiamo vissuto, c’è; domani c’è, dopodomani c’è, senza lavoro c’è, con la malattia c’è, quando arriva la morte c’è!
Partecipando a questo gesto, abbiamo incominciato a capire, a intravedere il contenuto della lettera che don Giussani ci ha scritto, perché abbiamo fatto ancora una volta esperienza dell’Essere-Carità, l’esperienza originale dell’Essere che, attraverso una forma, ci “attacca”, desta una attrattiva in modo che tutti noi rimaniamo attaccati. 
Non generiamo noi l’unità con l’Essere, è Lui che la genera: è la Sua presenza, attraverso una forma, che genera in noi questa unità. «Uno non si salva – diceva ancora don Giussani nell’intervista a Libero – da solo, per i propositi che fa, perché è un Altro che salva lui e il mondo, attraverso una cosa nuova fatta nascere nella storia. L’Essere! Tutto fiorisce dal flusso dell’Essere! (…) Senza Cristo uno si sente disperso in se stesso, inedito, incapace di focalizzare la realtà, incapace anche solo di scorgere con nitore qualsiasi bellezza durevole».

Possiamo intravedere cos’è accaduto alla Madonna, perché anche noi, come lei, siamo commossi. Questo è il metodo con cui Dio ci salva, come è successo per prima alla Madonna: “commossa dall’Infinito”. Abbiamo bisogno di persone, di amici “commossi”, che ci strappino dal nulla. Per questo il nostro rapporto è vocazionale: noi siamo amici per questo. 
« Come si fa – dice don Giussani – a comunicare agli altri? Con discorsi? È impossibile! Si può soltanto contagiare per la “malattia grave” dell’esperienza che si fa in noi [è il “contagio” di questa malattia, di questa commozione]! (…) E tu sei in funzione del tutto [possiamo collaborare al bene di tutti, al bene del mondo] attraverso il contagio di quello che vivi tu, dell’emozione che vivi tu, dell’esperienza che vivi tu, del sentimento di te che vivi tu [altro che discorso corretto e pulito!]. Uno serve agli altri nella misura del sentimento che ha di se stesso», altrimenti non si comunica.

Più recentemente, agli Esercizi del Gruppo Adulto, don Giussani è intervenuto per rispondere a una domanda: «Tu ci hai detto che non c’è vibrazione di fronte all’Essere, come possiamo aiutarci?». E lui: «Comunicandoci, solo comunicandoci. E il comunicarsi non è soltanto la lingua, come strumento di parola, ma è innanzitutto lo strumento di una presenza che si comunica a te», di questa emozione che vivi tu, di questo sentimento che vivi tu. Non c’è un altro modo di comunicarsi, di comunicare la verità, se non la testimonianza, perché l’avvenimento cristiano è un avvenimento fatto di parole e di fatti insieme.
Allora il vero amico, l’unico che mi strappa dal nulla, è il testimone: testimone è colui che mi fa diventare familiare l’Essere, che mi fa partecipare a questa Presenza, alla commozione di questa Presenza, all’avvenimento di questa Presenza nella storia.
La testimonianza più grande dell’Essere, di Cristo, è l’unità tra di noi. Il riverbero più grande della presenza di Cristo è questa unità: niente è più impossibile all’uomo di questa unità. È di essa che dobbiamo essere figli, è a essa che dobbiamo obbedire. Occorre seguire questa unità, come ci insegna don Giussani fin dall’inizio: «Io appartenevo, non a loro, ma all’unità con loro», con quei tre dell’inizio. «Io sono figlio tuo» ha detto ieri a uno di noi. «Io sono figlio di questa unità, che il Padre genera davanti a noi». La sequela a don Giussani è qualcosa che fa un Altro: lui è generatore, è padre, perché generato permanentemente da un Altro, perché segue quello che genera un Altro, il Padre. 
Possiamo essere tutti bravissimi, ma da soli ci perdiamo. Fuori da una comunione siamo “fatti fuori” in un minuto. Perciò la questione è l’attaccamento alla carne di una unità, l’obbedienza alla carne di una unità, altrimenti è il trionfo della propria interpretazione.

La consistenza della nostra vita non è nella nostra forza. Smettiamola di dire che non abbiamo la forza, perché la forza è la semplicità! Come il cieco nato: aveva più forza, più intelligenza dei farisei che tentavano di metterlo in difficoltà, perché ha avuto la semplicità di aderire a ciò che gli era successo, alla presenza di chi gli aveva ridato la vista. Questa è la nostra forza: accettare la mano di un altro, aderire alla mano che un altro ci dà per salvare la nostra vita. “

( JULIAN CARRON, LA THUILE AGOSTO 2003)

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Qualcuno ha paura di essere felice?

Mer, 2012-05-16 14:51


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“La lotta tra la luce della grazia e l’oscurità della pesantezza”

Mer, 2012-05-16 07:42
Da “Il Sussidiario un contributo di riflessione di  Claudio Risé  sulla lettera di J.Carròn a Repubblica:

 Don Julian Carron, con la sua lettera a Repubblica, ha ripetuto, e quindi proposto a chi la leggeva, il gesto  introduttivo alla meditazione cristiana e  al Mistero della Messa:  Signore pietà.

Atto sorprendente in un’epoca e un costume in cui l’esibizione di forza e irreprensibilità ( come di tutto ciò che cattura lo sguardo altrui: bellezza, sfrenatezza, successo), è esercizio e quasi dovere quotidiano, all’interno di quel culto dell’immagine ansiosamente praticato dai più (e, per quel che ho capito, presente anche tra le accuse mosse nella campagna politica contro il Presidente della Lombardia, Roberto Formigoni e Comunione e Liberazione).

Kyrie eleison è però anche gesto e espressione indispensabile, fondativa dell’esperienza cristiana, personale (per quanto misera, come la mia) e collettiva. La Passione, la caduta, l’umiliazione e la vergogna è passaggio non evitabile perché ci sia Resurrezione e Pasqua. Mi viene in mente l’urgenza della “pulizia dalla sporcizia” in cui si trovava la Chiesa che Joseph Ratzinger chiese di condividere con lui a chi lo seguiva nella via Crucis del suo primo venerdì santo da Papa.

Non c’è dinamica, né movimento spirituale (ma neppure cognitivo o psicologico), senza questa alternanza tra l’inorgoglirsi della conquista e lo svelamento della propria inconsistenza. Senza di essa ogni sviluppo si ferma; subentra invece l’arresto, la stasi, il gonfiarsi di potenza vanesia, portatrice di guai per tutti.

La lotta tra la luce della grazia e l’oscurità della pesantezza, che segna l’esperienza cristiana dalle origini ad oggi, non può che essere oggetto costante di meditazione e di supplica, soprattutto  per chi sente il dovere di impegnarsi per gli altri esseri viventi, nel mondo. Riferirsi a Cristo, in modo sempre parziale e imperfetto, significa essere ben consapevoli che, subito dopo il Battesimo, appena avvicinatisi alla comprensione del suo significato, ci sarà da andare nel deserto e confrontarsi con le sue tentazioni di Satana: la smisuratezza e la fantasia di onnipotenza. Che vengono declinate in modo diverso in ogni tempo e in ogni persona, ma non risparmiano nessuno.    PAG. SUCC. >

 

Approfondisci LETTERA CARRON/ Polito: con dolore e umiltà ha fatto un gran bene al movimento REPUBBLICA/ Carron: abbiamo tanta strada da fare vai allo speciale Lettera di Julián Carrón a Repubblica
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L’appartenenza a questo popolo è la mia identità

Mar, 2012-05-15 15:24

L’appartenenza a questo popolo è la mia identità. Chi fece questa osservazione fu uno di noi: ma entrò nel movimento nel ’69 per un certo gruppo di amici che, in quello stesso anno, se ne andò tutto; allora percepì l’oggettività del fatto del popolo di Dio, dell’unità che era indipendente anche dal gruppo di amici che lo aveva portato in Cl. La sua identità era appartenere al popolo.

Per questa autocoscienza si deve pregare lo Spirito Santo.
Questa identità ha la coscienza di se stessa e di appartenere al popolo; è tutto quanto si deve chiedere, perché qui comincia la maturità che ci permette una creatività. Questa coscienza è l’urgenza non solo per il movimento in università, ma per tutti. Tanti adulti non lo capiscono più. Molti sono bravissimi, ma non capiscono il passaggio di coscienza del fatto cristiano.
La capiscono a cinquanta-sessant’anni, confusamente, quando la parola «unità» non trova più ostacolo nelle opinioni, perché ormai non c’è più niente davanti alla vita. Allora si calano con povertà di spirito nell’unità come mistero, senza però capire che cos’è.
In ogni modo, nella situazione in cui siamo incarnati con una autentica maturità possiamo anche non essere competenti in nulla, ma ugualmente noi “travolgeremo”. Nessuno può giudicare quello che uno è adesso dal rendimento che adesso ha, perché ciò che qui è in gioco è una storia e la storia è il prodursi del significato nella realtà temporale per il soggetto, cioè del significato vivente che si comunica. Il mio significato vivente è l’unità che ho con voi, il Mistero che c’è tra noi. Sono altrimenti un fuscello inutile staccato dall’albero. Il popolo di Dio con la sua storia è realmente un’esperienza di libertà, di consistenza della propria persona, indipendentemente da quello che si è capaci di fare e di dire, perché tutta la nostra consistenza è questa Presenza il cui volto è il popolo di Dio, l’unità dei credenti che tende a diventare corpo presente nella situazione (in università, o nel movimento, come nell’intera Chiesa).

LUIGI GIUSSANI -  DALL’UTOPIA ALLA PRESENZA

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La presa di coscienza di quel che è accaduto e accade…

Mar, 2012-05-15 12:31

Eppure si dice che l’Europa sia sempre più secolarizzata. Come si può parlare di fede oggi?
Anzitutto bisognerebbe correggere l’impostazione solita con cui si concepisce la fede. Tutto l’inizio nuovo dell’esperienza cristiana – e quindi di ogni rapporto – non si genera da un punto di vista culturale, quasi fosse un discorso che si applica alle cose, ma avviene sperimentalmente. È un atto di vita che mette in moto tutto. L’inizio della fede non è una cultura astratta, ma qualcosa che viene prima: un avvenimento. La fede è presa di coscienza di qualcosa che è accaduto e che accade, di una cosa nuova da cui tutto parte, realmente. È una vita e non un discorso sulla vita, perché Cristo ha cominciato a “balzare” nell’utero di una donna! (…) Ciò che fa diventare diversa la percezione dell’uomo è l’incombente dipendenza che si attribuisce alla natura di ogni cosa prima di partire in ogni impresa: «Dolcissimo, possente / Dominator di mia profonda mente»,cantava Leopardi. Così, alla solitudine brutale cui l’uomo chiama se stesso, quasi per salvarsi da un terremoto, si offre come risposta il cristianesimo. Il cristiano trova risposta positiva nel fatto che Dio è diventato uomo: questo è l’avvenimento che sorprende e conforta l’altrimenti malasorte. E per Dio non è concepibile il proprio agire verso l’uomo se non come una “sfida generosa” alla sua libertà. L’obiezione moderna che il cristianesimo e la Chiesa ridurrebbero la libertà dell’uomo è nullificata dall’avventura del rapporto con l’uomo da parte di Dio. E invece, a causa di una idea limitata della libertà, per l’uomo di oggi è inconcepibile pensare che Dio si impegni nell’angustia di un rapporto con l’uomo, quasi negandosi. Questa è la tragedia: l’uomo sembra più preoccupato di affermare la propria libertà che di riconoscere questa magnanimità di Dio, la sola che fissa la misura della partecipazione dell’uomo alla realtà e così lo libera realmente. dall’intervista di Gian Guido Vecchi a don Luigi Giussani, pubblicata sul Corriere della Sera il 15 ottobre 2004
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L’uomo, il lavoro e la dignità

Mar, 2012-05-15 07:40

Interessante questa rassegna stampa di Universitari:

«Il primato del lavoro e la centralità dell’uomo», Angelo Scola, Corriere della Sera, 26 aprile 2012
Non si esce da questa Scilla-Cariddi se non si afferma con forza che il lavoro – e, quindi, a prescindere da ogni sua qualificazione (manuale, intellettuale,…) – non è solo il motore di ogni attività economica, ma ne è il movente. […] Coraggiosamente “Caritas in Veritate” parla di “gratuità”, senza la quale «il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (CV, 35). La parola gratuità però va capita bene: non significa “gratis”, ma indica un’altra unità di misura del valore del lavoro e della dignità di chi lavora, come acutamente afferma Peguy nell’opera “Il Denaro”: «Un tempo gli operai non erano servi… La gamba di una sedia doveva essere ben fatta, non per il salario… per il padrone, né per i clienti… Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto». […] Perché espressioni come “qualità del lavoro”, “lavoro dignitoso” non restino parole vuote, occorre il coraggio di ripartire dalla persona, dalla priorità data allo sviluppo del “capitale umano e sociale”.

«Intervista a Benedetto Mineo, amministratore delegato di Equitalia Sud», Alessandro Trocino, Corriere della Sera, 6 maggio 2012
Sono davvero addolorato e rattristato per quello che è accaduto a Napoli. Ma voglio lanciare un messaggio positivo e dire ai contribuenti che ricevono una cartella esattoriale di contattare i nostri uffici per trovare una soluzione: quasi sempre c’è la possibilità di rateizzare il debito.

«Che errore applaudire i suicidi», Marcello Veneziani, Il Giornale, 6 maggio 2012

Evitate per favore l’elogio ai suicidi per disperazione, tasse e disoccupazione che traspare in troppi programmi e commenti. Si deve rispetto a chi compie questo gesto, e umanissima pietà; si riconosca pure la loro dignità davanti all’infamia di passare per chi non vuole pagare le tasse o mettere per strada i suoi dipendenti. Ma non confondete il rispetto con l’ammirazione, non elevateli a modelli ed esempi come talvolta sento fare; e non usateli. […] distinguiamo il suicidio eroico, il sacrificio di sé per salvare patria e libertà, dal suicidio tragico per una situazione personale disperata. […] non si può morire per Equitalia, per un debito o un fallimento. Dirlo è facile, mi rendo conto. Ma meglio dir questo, con tutto il cuore, piuttosto che applaudire al suicidio.

COMMENTO

Negli ultimi quattro mesi sono state registrate 32 morti d’imprenditori che si sono tolti la vita per “motivi economici”. Ma, se si considerano i lavoratori in generale, il numero sale a 73. I media li chiamano “vittime della crisi” o “del fisco”. Questi fatti ci interrogano. Il lavoro ha una indubbia centralità nella vita dell’uomo: esso emerge come evidente manifestazione dell’identità della persona, nonché come il modo più comune di rispondere ai bisogni della gente e di contribuire allo sviluppo della società. Ma che cosa succede quando il lavoro – quello che riusciamo a fare o ad avere – arriva a coincidere con il valore ultimo di sé? Si può considerare un gesto disperato come il suicidio la conseguenza quasi “logica” del fallimento della propria impresa, l’unico gesto di liberazione quando tutto crolla? Le morti degli imprenditori pongono il problema umano alla sua radice. Pietro Paganelli, un piccolo imprenditore napoletano, ha lasciato scritte queste poche parole prima di spararsi: “La dignità vale più della vita”. Ma, rispettando il mistero che abita nel fondo dell’animo di ciascuno, ci domandiamo: può l’uomo essere o riconoscersi degno, agli occhi suoi e dell’opinione pubblica, solo in quanto capace di successo, parte attiva e riuscita di un ingranaggio sociale? Molti, troppi resterebbero esclusi dalla “dignità” se dovessimo applicare questo criterio. I segni della crisi si mostrano sempre più nella loro gravità. Ormai più nessuno lo nega. La necessità di una crescita si fa sempre più ineludibile. Siamo tutti coinvolti, dai governanti ai semplici cittadini. Ma non possiamo attendere che la situazione economica cambi per rispondere alla domanda su chi siamo, su dove si fondano valore e dignità della nostra vita. Da questa risposta dipende anche la nostra capacità di ripresa. L’essere insieme (famiglia, popolo, un tessuto sociale solidale) può aiutarci ad affrontare le difficoltà e le fatiche e soprattutto a sostenere quella responsabilità eminentemente personale di non fuggire davanti agli interrogativi che i fallimenti pongono.

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Cosa comporta l’autocoscienza…

Lun, 2012-05-14 17:07

Da Tracce un contributo di Andrea Costanzi

14/05/2012 – Il 2 maggio Julián Carrón si è confrontato con il mondo sanitario sulla sintesi dell’assemblea dei responsabili di Cl di Pacengo. Interventi, pazienti e domande. E la sfida quotidiana si riapre: «Questo è il tempo della persona»

Due maggio, autocoscienza dell’io, il punto della riscossa, nel contesto del nostro lavoro di sanitari: all’incontro con Julián Carrón a partire dalla sintesi dell’assemblea responsabili di Cl di Pacengo, vado con l’animo diviso, tra la gioia e il dolore che gli avvenimenti che mi accadono portano quotidianamente. La riuscita di alcuni interventi chirurgici importanti e la malattia che ha colpito un’infermiera con cui ho lavorato l’ultimo turno festivo: da una lieve zoppia alla diagnosi di sclerosi multipla. Le dico che adesso deve combattere e lei mi chiede: «Per che cosa?». Un collega di Niguarda, a cui mi sono affidato più volte per i miei famigliari, è appena stato colpito da un’emorragia cerebrale e versa in coma nella rianimazione del suo ospedale. Ho appena dimesso una arzilla ottuagenaria operata per un tumore addominale che mi chiede: «Dottore, adesso sono guarita definitivamente, vero?».

Arrivo al Sacro Cuore pieno di domande. Perché la mia autocoscienza non è in grado di stare di fronte a questi avvenimenti testimoniando una novità invece di vendere risposte preconfezionate?
Tanto per cominciare, cerco di far ordine rileggendo i miei fitti appunti digitali. Carrón chiarisce che don Giussani, quando parla di autocoscienza dell’io, sta ponendo un problema a ciascuno di noi, qualunque sia la professione che svolgiamo, quindi anche a noi “sanitari” che viviamo una circostanza particolare. Ma non ci saranno risposte tecniche, soluzioni ai drammi che la vita in ospedale mi pone davanti agli occhi ogni giorno. Le parole del Gius sono riprese per rispondere al contesto sociale, culturale in cui ciascuno di noi vive adesso. «Nessuno di noi avrebbe detto: “In questa situazione la questione è la persona”», dice Carrón: «E per questo ci corregge».

Il primo intervento è di Titta, medico che da 15 anni lavora come responsabile di una unità dove si curano gli stati vegetativi persistenti. Una condizione che non si può guarire, ma neanche migliorare. Qui, sottolinea, di autocoscienza apparentemente non ce n’è proprio. Ha 24 malati in queste condizioni da curare, tra loro la moglie di un nostro collega e amico. Si domanda quale sia il senso di queste vite. Perché vivere in stato vegetativo 15 o 20 anni? Ma il senso della loro vita – abbozza una risposta – è lo stesso della mia vita. «È per questo che chiama lì te», risponde Carrón: «Perché possa vedere all’opera Lui e possa rispondere alle domande che la realtà del malato così com’è ti pone». Come diceva don Giussani agli infermieri a Varese nel 1985: quello che è in gioco è l’unità della nostra persona. Non si può distinguere tra professionista e uomo. Il professionista vive dentro un uomo. Se uno non affronta la domanda di senso del suo lavoro, nel tempo viene meno la presenza dell’io in quello che fa.

Fin qui penso di esserci. Chi non si porrebbe delle domande quando, come mi è capitato, si trova a curare un paziente giovane, con moglie e figli piccoli, colpito da un tumore avanzato? In un altro ospedale è stato giudicato inoperabile. Io ho avuto il privilegio di indirizzarlo verso il chirurgo migliore per lui, di partecipare all’intervento, di seguirlo passo passo nelle cure e di guadagnare la sua stima e amicizia. Carrón sembra sottolineare l’importanza di questo coinvolgimento totalizzante, perché a tutti piacerebbe, in caso di malattia, trovare un medico che abbia preso sul serio la propria umanità e che sia in grado di guardarti “così”. Ma, come ricordava don Giussani, è molto facile che nella professione di medico, molto più che nelle altre, si annidi una divisione tra fede e realtà professionale, una frattura tra sapere e credere. Ma senza ricomporre questa divisione non si può stare da uomini di fronte alla cose che capitano.

Inizio a far confusione. Cerco di stare davanti alla malattia dell’altro con tutto me stesso, dove mi potrei perdere? Riprende Carrón: davanti a drammi di lunga durata, non vi basta la ferita aperta dal dolore per tenere aperto il cuore. Il problema non è che si diventa meno medici, ma che se non si affronta queste domande si diventa più cinici. Ma se non si vince questo cinismo, il lavoro diventa la nostra tomba. E una disgrazia per tutti quelli che lavorano sotto di noi.

Interviene Pasquale, direttore di un grande ospedale milanese, testimonia due posizioni diffuse sul lavoro: una è il lamento per la crisi oppure per i rapporti difficili che ci impediscono di cogliere ciò che già c’è, l’altra è quella di sentirsi a posto come gli apostoli che tornano da Gesù soddisfatti. Mi ritrovo molto nella seconda, il fatto di lamentarmi raramente è ulteriore motivo di soddisfazione. Posizioni deboli: perché continuiamo a pensare che il problema sia fuori di noi e non si tratti della nostra autocoscienza? Carrón riparte sempre dal punto centrale: «Per la mancanza di autocoscienza». Che cos’è l’autocoscienza per don Giussani? «Una percezione chiara e amorosa si sé, carica della consapevolezza del proprio destino, e dunque capace di affezione vera a sé».

Penso alla grazia di lavorare con chi questo sguardo te lo offre e lo cerca da te. Basta un rapporto così in ospedale che ogni istante può essere una ripartenza, ogni criticità, sia clinica che organizzativa, occasione per un giudizio.
Penso all’equivoco cui può condurre un lavoro come il mio di chirurgo. La bellezza della tecnica e l’infatuazione per la tecnologia possono prendere il sopravvento ed essere la fonte di soddisfazione. Quando tutto va bene si cammina a un metro da terra. Ma quando non va bene? «La questione è se abbiamo un affetto che ci soddisfa così tanto che ci sostiene: è questa la verifica della fede», continua Carrón. Il problema è guardarsi con quella tenerezza infinita con la quale Gesù ci ha guardato. Lui conosce il nostro dramma. Ci guarda e ridesta di nuovo tutto il nostro umano. È in gioco la natura vera della fede. Perché quando le cose vanno bene è facile usare la parola “Gesù”. Ma quando la vita urge: la crisi, la difficoltà, il dramma di essere in continuazione davanti alla malattia, allora la sola parola non basta più. È a quel punto che si inizia a capire la portata dell’esperienza che ha fatto don Giussani: affrontare la vita con la certezza che esiste un bene. L’alternativa è quella di essere considerati buoni professionisti, brave persone, ma niente di più. Per Carrón è questa la sfida: se veramente, come dice Eliot, la vita la perdiamo vivendo o se vivendo la guadagniamo.

Al termine dell’incontro, si torna alla questione capitale: «Che cosa affermiamo quando diciamo “uomo”, “persona”, “io”?». Tanti di noi e tanti colleghi – spiega Carrón – pensano già di sapere cos’è l’uomo, tanti pensavano di conoscere già Cristo e non li interessava più. «Cosa ha riaperto la partita in noi? Trovare uno che ha fatto di tutto per porci davanti, per provocarci, per affascinarci a qualcosa che potesse riaprire la partita». E noi? Pensiamo che la ripetizione della dottrina giusta basti per trasmettere il cristianesimo?». Qui si gioca la persona: non il tecnico, non il conoscitore del discorso perfetto. Occorre creatività e immaginazione, altrimenti riduciamo il cristianesimo. Non basta ripetere le parole. Don Giussani ha proposto qualcosa di conveniente e, domanda Carrón, possiamo trasmettere agli altri la convenienza umana? «Perché se non usiamo lo stesso metodo che è servito a noi… e per questo non bastava un ripetitore di Giussani… un Giussani ripetitore del dogma, occorreva un’autocoscienza, occorreva una persona, occorreva un testimone. Lo stesso che occorre adesso. Per questo, questo è il tempo della persona».
Esco circondato dalla folla oceanica di colleghi e penso alla persona nuova che ogni tanto fa capolino nel mio io, poi si assopisce. Nonostante l’ora tarda adesso è più desta che mai.


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Strana, irrazionale ribellione

Lun, 2012-05-14 11:30

 

Guardare Cristo, Esercizi della Fraternità

Il valore dell’istante ci fa emergere un altro pensiero: proprio qui è l’origine del nostro peccato: noi ci ribelliamo al Dio che emerge nelle circostanze. Noi non ci ribelliamo a Dio, anzi; ma – più o meno coscientemente – ci ribelliamo al suo emergere, al suo manifestarsi, al comunicarsi della sua volontà che è la circostanza; ci ribelliamo alla circostanza, vorremmo che fosse diversa la circostanza. Non diciamo “Fiat”, “Si” come la Madonna e la mamma di Pinuccio.
La resistenza si mostra soprattutto nella incapacità di stare nell’istante.
Stare nell’istante: tu, madre che sei a casa; tu, operaio che sei in…; tu, imprenditore che sei in…; tu, marito che sei…; tu, moglie, con quel marito, adesso, che ti percuote col suo modo di fare. La resistenza si mostra soprattutto nella incapacità di stare nell’istante. L’immaginazione nostra fugge o nel futuro o nel passato e lascia inquieta, timorosa o rabbiosa l’ora. Per avere una consistenza noi disobbediamo alla circostanza; cerchiamo la nostra consistenza nel fare quello che pensiamo o vogliamo, poniamo la nostra consistenza nella reazione alla circostanza invece che nella obbedienza alla circostanza. E così incorriamo in quello che dice il libro dei Proverbi: “Chi pecca contro di me danneggia se stesso, quanti mi odiano amano la morte”.

Luigi Giussani, Guardare Cristo


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«In quell’architettura, ho trovato Cristo»

Lun, 2012-05-14 07:39

Tutta la realtà, tutta porta la traccia inconfondibile di Chi l’ha fatta. Così basta un granello di sabbia o lo studio di un santuario per scoprire una realtà sconosciuta e affascinante come testimonia questa lettera a Tracce:

di Pedro Abreu

03/05/2012 – Alex è ateo. E fa la tesi su un santuario a sud di Lisbona, «dove il cielo si incontra con il mare». Dalla discussione con il prof inizia a capire il senso di quel luogo. Ma la scoperta non si ferma lì perché tocca tutta la vita. E la cambia


  •                                             Il santuario di Nossa Senhora do Cabo Espichel.

Alex è stato battezzato la scorsa vigilia di Pasqua. A novembre gli avevo chiesto di presentare la sua tesi di Master, che io avevo seguito, ai miei allievi di quest’anno (insegno all’Università Tecnica di Lisbona). Alex ha fatto una ricerca su un santuario che si trova a sud di Lisbona. Si chiama Nossa Senhora do Cabo Espichel ed è insediato su un finis-terra, un’imponente scogliera, tra le tante del Portogallo. Questa, però, ha la particolarità di essere orientata verso ovest e di avere un accesso piano, orizzontale. Avviene, per questo, che nel pellegrinaggio a questo santuario abbiamo sempre di fronte la linea dell’orizzonte, dove il cielo si incontra con il mare, e, se andiamo lì verso l’ora del tramonto, ci troviamo anche dinnanzi il sole. Questa situazione crea un’atmosfera percepita da sempre come sacra: ci sono tracce di raduni dal Neolitico e Calcolitico in poi. È comunque un luogo molto particolare, perchè l’esperienza che si fa non dipende dall’andare in alto, verso Dio, come in tanti Sacri Monti, ma dall’andare in avanti: nel prendere in considerazione il proprio destino («cosa sarà di me…?»). Lì, infatti, è difficile scappare ad un confronto con il destino, di cui è simbolo l’orizzonte inaccessibile dove il cielo incontra il mare e dove si nasconde il sole. Lì, la domanda sull’a-venire diventa mordente. Comunque soltanto nel Seicento è stato costruito il santuario che abbiamo oggi e che ha permesso per la prima volta un insediamento stabile. Le occupazioni anteriori erano occasionali. Questa architettura ha permesso di abitare il proprio destino, di non voltare le spalle al rapporto con l’orizzonte: il posto è di fatto molto inospitale.

Mi ricordo quando Alex ed io abbiamo capito questo: eravamo nel mio ufficio e lui parlava di questi insediamenti successivi e sulla qualità sacra del posto. Io insistevo: «Ma qual è il significato, quale è la corrispondenza che stabilisce oggi con te e con gli altri, cosa ti dona?». Dopo un po’ di silenzio e d’impaccio dei due mi è sembrato di aver capito. Sono saltato sulla lavagna, ho disegnato frettolosamente lo schema di don Giussani (dove lui spiega cosa sia l’avvenimento cristiano in rapporto alle altre religioni). E ho detto ad Alex: «Vedi, questo dev’essere per forza un luogo cristiano, perchè è l’evento cristiano che permette di abitare il proprio destino». Mi sono azzittito di colpo ed ho pensato che avevo già detto troppo. Di fatto io non sapevo se lui era credente. Ero anche portato a pensare che non lo fosse: Dio, Cristo, la religione non erano mai stati messi a tema nelle mie lezioni o nelle conversazioni tra noi. Pensavo che quello che avevo detto avrebbe potuto essere interpretato come una grossa pretesa, una pretesa cristiana, perchè, comunque, ero abbastanza sicuro che i miei allievi sapessero che fossi cattolico. Mi sono stupito, quando dopo alcuni secondi di silenzio, Alex mi ha chiesto cosa avrebbe potuto leggere per un approfondimento. Sono soltanto riuscito a rispondergli che, secondo me, i libri che meglio spiegavano il tema erano i libri di Luigi Giussani: il Per-corso.

Dopo un paio di mesi Alex mi ha presentato le 200 pagine della sua tesi, dove lui citava abbondantemente Giussani, anche parti che io non avevo riferito, ma che erano chiaramente pertinenti, per spiegare il senso di quell’architettura. Nonostante ciò, mai in questo periodo c’è stata occasione per parlare della sua vita o della sua fede: i colloqui erano sempre insieme ad altri colleghi, miei tesisti. Quando Alex ha presentato la sua tesi ai miei allievi di questo anno scolastico, ha parlato dell’identità del santuario sostanzialmente negli stessi termini in cui l’ho descritto sopra, anche citando Giussani, in un modo che ha colpito molti. Alla fine uno degli allievi più svegli gli ha chiesto: «Ma come fa lei a sapere che tutto questo che trova in quel luogo ci sia davvero, e non sia una proiezione sua?». Alex ha risposto: «Lo so, perché io ero ateo».

Finita la lezione l’ho portato nel mio ufficio e gli ho chiesto cosa significasse la sua risposta. Alex mi ha spiegato che lui, pur essendo nipote di comunisti, figlio di comunisti, ateo, senza che questo gli creasse alcun problema (fino a poco tempo prima) era arrivato al punto di doversi per forza battezzare. Secondo lui il problema sarebbe cominciato con le mie lezioni, tre anni fa, dove, più che altro io chiedo il senso, l’implicazione umana dell’architettura. È stato però con il lavoro sul Cabo Espichel, su cui lui insisteva da due anni, che la questione era diventata chiara. Aveva già fatto un corso di Introduzione alla religione, al quale era stato indirizzato da alcuni amici suoi la cui testimonianza lo aveva particolarmente colpito. E adesso aveva preso la decisione di farsi battezzare. La sua fidanzata aveva compiuto un percorso simile: aveva lavorato con lui durante il primo anno di ricerca sul Cabo Espichel e, dopo un periodo di lontananza dalla Chiesa, aveva ricevuto la Cresima di recente. Gli ho chiesto se potevo orientarlo nella preparazione al suo Battesimo: ha accettato volentieri. Gli ho presentato un parroco della nostra comunità nella notte di Natale e da lì in poi lui ha seguito riunioni settimanali. Dopo poco mi ha chiesto di essere suo padrino.

Quando don Julián Carrón è stato a Lisbona, per la presentazione del secondo volume del Per-corso (il 17 febbraio scorso), c’erano anche Alex e la fidanzata. Subito dopo, lui mi ha chiesto cosa avrebbe potuto fare in più. L’ho invitato alla Scuola di comunità. È venuto sempre. Mi ha anche chiesto se doveva pagare qualcosa: aveva sentito che in alcune Scuole si doveva pagare un’iscrizione. La settimana scorsa io non sono andato e, appena ci siamo visti, mi ha chiesto il perché. Adesso andrà agli Esercizi della Fraternità.
Altro che una storia di miracolo, questa è stata per me la salda, indimenticabile, verifica che la realtà è positiva: quando un ateo riesce a scoprire Cristo in un’architettura al punto da convertirsi…


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La Depressione: si può convivere con essa senza esserne condizionati

Dom, 2012-05-13 10:39

Da Post Apocalypto di Tempi un preziosissimo contributo di P. Aldo

L’unico modo per guarire dalla depressione è una sana compagnia

Caro padre Aldo, come le ho scritto nel messaggio precedente anche io soffro di depressione. Ci sono momenti, come questo in cui le sto scrivendo, che mi sento completamente solo, abbandonato da tutti (anche fisicamente). Sono io contro la depressione e basta. A causa di ciò provo un forte senso di ribellione verso Dio che permette questa prova: dov’è Dio in mezzo a tutto questo? Perché mi abbandona in questo modo? Dov’è la verità nel salmo che recita: «Io lo invoco e Lui mi risponde; fa sparire ogni mio lamento?». Mai come in questo periodo ho invocato il Suo aiuto. Ma perché spesso non arriva, o meglio, non lo sento arrivare? Prego per lei e per i suoi malati.
Lettera firmata

Caro padre Aldo, sono il ragazzo ospite da due anni in una famiglia di Milano, ci siamo incrociati al Meeting, ma non so se lei si ricorda di me. Ho 18 anni e le scrivo in un momento di crisi depressiva e questa malattia, se si può chiamare così, mi accompagna da ormai tre o quattro anni. La cosa che mi viene più difficile da fare in questo momento è avere un briciolo di stima verso me stesso. Mi disprezzo nel profondo e nonostante il Padre Eterno sia stato gentile con me, facendomi incontrare una famiglia come quella di Giuseppe e Francesca, non la smette di tormentarmi con momenti di tristezza dovuti appunto alla mia malattia. Ho bisogno di guarire, di tornare a respirare la vita, di apprezzare le cose semplici. L’anno scorso ho avuto l’impressione che la depressione mi avesse portato via tutto: la morosa mi ha lasciato, gli amici, la scuola, il rapporto con la mia famiglia, con la famiglia di Giuseppe. Ho visto la gente allontanarsi da me, ma soprattutto ho visto consumarsi e dissolversi le ragioni che mi tenevano attaccato a queste cose. La realtà, caro padre, è come se mi chiedesse continuamente le ragioni che mi tengono in vita e più volte ho avuto la tentazione di far cessare con la morte questo supplizio. Le ragioni sembrano sempre più insufficienti e la vita sempre più difficile da sostenere. Ho bisogno di un aiuto e pensavo di chiederlo a lei perché, anche se non lo sa, è stato lei due anni fa, con un suo intervento al Meeting, a darmi la forza di iniziare a reagire contro questa malattia. Ho bisogno di Dio; sento, dal momento in cui mi sveglio alla sera quando vado a letto, il suo doloroso richiamo, ma anche una forma di lontananza da Lui. Come se non Lo riuscissi a incontrare nella vita, tra le pieghe della giornata. Sarei disposto a tutto pur di incontrarLo. Sarei disposto a lasciare tutto e venire lì con lei, tra i malati e i sofferenti, se la posta in gioco è quella di una vita per Cristo, per incontrare Cristo, colui che mi ha voluto così. Non pensi che lo dica così per dire o che nutra una forma di venerazione per lei. Lo dico perché sento intorno a me la terra che brucia, i rapporti sempre più sfilacciati, l’amore per la vita come un’illusione sempre più lontana. Mi aiuti, ho bisogno di qualcuno che abbia pietà di me. A presto.
Lettera firmata

Caro padre Aldo, so che non devo aspettare che lei mi tolga la depressione, ma so che può capire senza giudicarmi. Io ormai soffro di questa malattia da una trentina d’anni, cioè almeno da quando ne avevo dieci. Ho tentato di tutto: farmaci, psicoterapie, psicanalisi. Ma non è servito a nulla. Solo la psicoanalisi sembrava portarmi alla guarigione, ma dopo i primi due anni positivi, sono caduto più in basso di prima e ne sono uscito completamente distrutto, senza più nessuna volontà. Spesso mi ritrovo a piangere e a pensare di togliermi la vita, e non riesco a vedere una prospettiva diversa. Lavoro solo il pomeriggio in una ditta e riesco a tenere il lavoro perché i miei capi, che sono di Comunione e liberazione, hanno uno sguardo di misericordia  nei miei confronti. Sono più morto che vivo, non riesco a interessarmi a nulla, non c’è niente per cui valga la pena vivere. Spesso mi sento un fallito, non faccio che piangermi addosso. Non riesco neanche più a credere in niente, non riesco a trovare un sollievo. Grazie di avermi dedicato un po’ del suo tempo.
Lettera firmata

Voglio ritornare sul tema della depressione, perché ricevo molte lettere e incontro molte persone non solo in Italia, ma ovunque vada, che soffrono di questa malattia. Le tre lettere descrivono molto bene il dramma, o la disperazione, che colpisce tante persone e sono un grido di aiuto pieno di domande. Quelle domande che mi hanno torturato per anni senza che io vedessi una possibilità di risposta. È terribile sopportare la vita quando tutto offusca la mente e i fantasmi sembrano impadronirsene provocando un effetto di panico, angustia e disperazione. Tutte le malattie sono dolorose, ma quella che ti toglie la voglia di vivere è peggiore.
Molti mi chiedono: «Come guarire? Come sopportare? Esiste la libertà anche quando uno si trova incapace di scegliere? Cosa è la libertà in questa situazione?». Non pretendo di rispondere, né di dare ricette che non esistono, come sanno bene anche gli “esperti” della mente. Voglio solo offrire alcuni punti fermi in questo cammino che sto ancora percorrendo e che per me è il cammino che porta ad abbandonarmi ogni giorno al mio dolce e tenero Gesù. Quel Tu per il quale vivo e che ha manifestato il suo volto buono, misericordioso proprio dentro una storia carica di dolore, di rabbia, di disperazione. Dal primo momento in cui mi sono trovato sdraiato nella mia stanza senza nessuna voglia di vivere, l’unica cosa che la mia libertà è riuscita a fare è stata gridare come un pazzo: «Signore non ti vedo più, non sento più la tua voce, la tua tenerezza, abbi pietà di me». In quei momenti più tragici, passando anni senza dormire, mentre schiacciavo rabbioso la testa contro il cuscino gridavo: «Signore dove sei? Perché tanto dolore? Signore non ce la faccio più, prendimi per piacere». Era un grido apparentemente inutile, assurdo, un parlare contro la parete.
Dentro questa rabbia disperata, però, non ho mai messo da parte i due Sacramenti fondamentali del cammino della conversione: la Confessione e l’Eucarestia. La Confessione settimanale o più volte alla settimana e la Messa quotidiana. Nel tempo mi sono accorto che questi due sacramenti sono stati la risposta precisa e concreta al mio grido. Non solo, ma la fedeltà alla Confessione e all’Eucarestia è stata la modalità attraverso cui Dio, in modo discreto, manifestava il Suo volto, fino a diventare familiare, determinando la mia vita quotidiana. L’esperienza del «Io sono Tu che mi fai» è stata il punto drammatico di questa paziente attesa che il Mistero manifestasse il Suo volto.
Il secondo punto essenziale che mi ha permesso e che mi permette di vivere questo dolore, che oggi definisco una grazia (oggi dopo un lungo e duro cammino, dopo una decina e mezza di anni a “mordere la pietra”), è stata la compagnia di padre Alberto. Una compagnia nella quale la visibilità di Cristo era limpida come l’acqua che scende dalle Dolomiti. Un’amicizia che ogni mattina bussava alla porta della mia stanza quando non volevo vedere il giorno e mi chiamava cantandomi, con la sua voce priva di alcuna tonalità, una filastrocca che i suoi genitori gli cantavano la mattina quando era bambino. Ricordo ancora le parole in dialetto romagnolo: «Un bigatin, do bigatin, tri bigatin… Che buon brodo farà».
Gli intellettualoidi forse rideranno di una compagnia umana tra due sacerdoti che sono arrivati a tanto “infantilismo”. Ma la coscienza che lui aveva di Cristo gli permetteva di farsi, come direbbe san Paolo, bambino tra i bambini, debole tra i deboli. Una compagnia reale, non virtuale, una compagnia che non ha mai anteposto gli impegni di Comunione e liberazione o della parrocchia alla mia umanità distrutta. È stato un abbraccio quotidiano. Un abbraccio difficile, perché convivere con un depresso è un’impresa complicata: un giorno uno deve usare il bastone e l’altro giorno una carezza. Quante volte per risvegliarmi dall’abitudine di piangermi addosso, caratteristica del vittimismo dei nevrotici, ha perso la pazienza! Finché un giorno l’ho persa anche io. È stato un miracolo dopo anni di passività. Finalmente il mio io cominciava a reagire, ad arrabbiarsi con lui. La mia libertà, che prima era solo un grido disperato, cominciò a riconoscere in padre Alberto questo «Io sono Tu che mi fai». Vedendo come lui mi aveva trattato e come aveva donato tutti i suoi anni (10) di missionario in Paraguay per farmi compagnia, come don Giussani gli aveva chiesto, ho pazientemente preso coscienza della tenerezza con la quale il Mistero mi guardava. Senza la tenerezza di padre Alberto, senza il suo sguardo forte e dolce, come Gesù con Zaccheo, non sarebbe stato possibile il miracolo. Grazie a questa compagnia, come afferma don Giussani nel libro Ciò che abbiamo di più caro, ho potuto nel tempo non scandalizzarmi della mia “pazzia”, ma accettarla. Grazie all’abbraccio di un uomo il cui cuore vibrava per Cristo.
Non conosco altra strada per convivere ironicamente con questa malattia che una compagnia sacramentale. Inoltre mi ha aiutato, e mi aiuta, pensare a Gesù che nel Getsemani e sulla croce è stato un esempio di come vivere la depressione e come trasformarla in grazia. Cosa ha permesso a Gesù di percorrere questo cammino drammatico? La compagnia del Padre!
La cosa interessante è stato il fatto che ha cercato la compagnia degli amici, ma loro, come succede in questi casi, “avevano sonno” o come molti ai quali chiediamo aiuto e ci rispondono che non hanno tempo o ci rimandano agli specialisti. Quanti religiosi o preti ho incontrato in questa situazione di abbandono da parte dei loro superiori che, avendo sempre molto da fare, invece di tenerli al loro fianco hanno preferito isolarli. E poi parliamo di carità sacerdotale o religiosa! I depressi prima di tutto hanno bisogno di una compagnia umana come quella di Gesù con i suoi discepoli, una compagnia quotidiana con la quale condividere tutto. Senza questa compagnia non esiste guarigione ed è impossibile percepire la depressione come una grazia.
paldo.trento@gmail.com


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Un deserto umano dove il soggetto della pena è l’io

Dom, 2012-05-13 10:11

Nel tempo che viviamo siamo giunti come alla sponda sabbiosa di una aridità, di un deserto umano, dove il soggetto della pena è l’io: non la società, ma l’io, perché per la società si ammazzano anche tutti gli ‘io’ possibili e immaginabili. Mentre per noi la società nasce dall’esistenza dell’io.

“Generate e moltiplicatevi”, raccomandò Dio ad Adamo ed Eva: ma la natura del compito di Adamo ed Eva, del loro essere stati creati come personalità singole, è una compagnia tra loro due: l’uomo non può vivere, non può conoscere, alimentare se stesso, se non in compagnia di un altro, nell’incontro con un altro. Siamo, dicevo, come sulla sabbia, sulla sponda sabbiosa di un collasso terribile nella vita sociale. E siccome il potere ha come ideale e scopo quello di regolare la vita di tutti (il governo italiano lo dimostra molto patentemente), questa eliminazione della libertà ha delle conseguenze drammatiche, perché non vogliamo essere tutti schiavi o manovrati secondo l’ordine di un meccanismo centrale.

Come si fa allora a resistere? Come si fa a porre un’alternativa al predominio del potere che vuole prendere una posizione determinante tutti gli aspetti, tutte le espressioni della vita dell’uomo, dettare fin le leggi morali? L’unica risorsa per frenare l’invadenza del potere è in quel vertice del cosmo che è l’io, ed è la libertà».

Un tentativo di risposta da me condivisa è qui


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«Signore, che cosa è mai l’uomo perché tu te ne rammenti, te ne ricordi?»

Dom, 2012-05-13 08:27

Ma perché Dio dà valore al piccolo gesto, all’istante che passa, quando l’uomo cerca di esprimersi?

Perché l’uomo è rapporto con Sé.

Dicevamo altre volte che tutto il cosmo giunge a un certo punto di evoluzione o di qualificazione, in cui diventa autocoscienza: si chiama «io» quel punto.

L’io è l’autocoscienza del mondo, del cosmo, di sé.

E allora il cosmo, realmente come è, è la disposizione del contesto in cui il rapporto con Dio vive, il rapporto col Mistero vive.

Perciò, capite che parlare di lavoro è una cosa veramente interessante, se per lavoro intendiamo quello che noi non possiamo non intendere (eppure non l’intendiamo neanche un po’, la maggiorparte di noi, tutti i giorni!).

Il lavoro è una cosa grande, come la piccola realtà dell’uomo che dice: «Signore, che cosa è mai l’uomo perché tu tene rammenti, te ne ricordi?». In mezzo a tutte le bestie e le bestioline del cosmo, l’uomo è comeun centesimo, un millesimo, un decimillesimo delle bestiole che ci sono in ogni ambito. Ma lagrandezza dell’uomo – l’onore e la gloria dell’uomo – dipende dal fatto che l’uomo, il singolo uomo,è rapporto con l’infinito; e per vivere ciò chel’uomo è, per realizzare la sua persona – perché lafelicità è la finale di questo processo: la penetrazionedell’eterno è questo processo – l’uomo deveprendere in mano lui tutto quello che Dio ha fatto.


Giussani Luigi , Che cos’è l’uomo perché te ne curi? – San Paolo 2000
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La nostalgia e il desiderio

Dom, 2012-05-13 07:21

Da Tracce

«La nostalgia e quel concerto dritto al mio cuore»

09/05/2012 – Simona vive a Zurigo da un anno. La lontananza degli amici accompagna le sue giornate. Finché in vacanza non sente un Trio suonare e decide di organizzare una serata di musica nella sua nuova città. Dove accade «qualcosa di straordinario»

  • Il volantino del concerto degli Origines Trio.

Una sera dello scorso dicembre ero tornata a Milano da Zurigo dove vivo, da quasi un anno, con la mia famiglia. Eravamo andati a trovare i nonni per Natale. In un periodo già pieno di impegni e proposte, le Tende Avsi, gli incontri… Quella sera, quasi per caso, sono capitata al Circolino di Milano per ascoltare gli “Origines Trio” (Valentina Oriani, Stefano Dall’Ora e Marco Squicciarini). Che spettacolo la musica! Non sentivo canti così belli da tantissimo e speravo non finissero più di suonare e cantare. Inoltre, come da tempo, anche quella sera sentivo la mancanza di persone a me molto care. Mi porto costantemente una nostalgia nel cuore e forse è proprio questa lontananza dai miei amici di Milano che mi fa cercare di più la presenza di Gesù, a domandare il Suo tenero abbraccio ovunque e sempre. Perché non fare un gesto insieme, prima di tutto per noi? Mi sono dunque mossa per invitare il Trio a tenere un concerto a Zurigo con il desiderio che quella bellezza potesse arrivare a ridestare l’umano. Anche nella Svizzera tedesca, una piccola terra, patria di Zwingli, dei riformati, dell’edonismo e del positivismo.

Il desiderio era di provocare il cuore con canti che parlano di assenza, vuoto e malinconia, del dramma della vita che si fa intenso, di uomini e donne che hanno un bisogno infinito che nulla sembra soddisfare. Canti che parlano della nascita del Bambin Gesù e del fatto che non saremo mai più soli: Gesù nostro carissimo è nato anche per te. Altri dedicati alla Vergine Maria come Manto de Açucenas, che non lascia mai solo l’uomo nel suo lungo cammino. Anzi è Lei ad andare incontro a chi La cerca. Perché la musica non ha bisogno di tante parole, ma va diritta al cuore.

E allora siamo partiti dal “sì” entusiasta di pochi amici a organizzare un concerto in un paesino sul lago di Zurigo. Il successo è stato inaspettato. Tutti erano meravigliati dalla straordinaria serata. Un gesto che è arrivato a compimento per il nostro sì, ma soprattutto per merito di un Altro che ha fatto tutto. Qualcuno mi ha detto: «Quando mi mandavi le mail non capivo il tuo entusiasmo, quando dicevi “che bello”, che era “un miracolo”, pensavo che tu fossi una ciellina entusiasta. Ma poi ti ho vista, ho visto la tua faccia e i tuoi occhi e ho capito». Non era follia, ma un desiderio grande che ti muove, si trattava della Bellezza come splendore del vero. Non è un’esaltazione, è il bisogno di fare esperienza della Sua presenza qui ed ora e poi di testimoniarla a tutti. É l’allegria, la baldanza ingenua perché esperimenti che Lui c’è e fa accadere tutto oltre le nostre capacità e limiti. Lui darebbe tutto per noi pur di averci. «Grazie dell’invito, avevo proprio bisogno di questo».

Tutti tra noi, inclusi alcuni ospiti svizzeri tedeschi, erano stupiti: per come abbiamo pensato con cura al gesto, con una unità fino alla fine non nostra, da quanta gente è venuta, in modo imprevisto, alla presentazione dei canti in tedesco. Tutti segni evidenti di un Altro che fa. E poi la gratuità di alcuni nuovi amici che ci hanno aiutato, la gente che si è fermata all’aperitivo perché aveva voglia di stare insieme, qualcuno che ha chiesto lo spartito di un canto italiano. E ancora i musicisti e come erano legati e affiatati tra di loro, la meraviglia dello sponsor locale che non si aspettava una serata così speciale, gli occhi commossi di alcuni amici. Avremmo voluto che la serata non finisse più. C’era qualcosa di non scontato, anzi di straordinario. Mi veniva in mente la frase del quarto capitolo di Scuola di comunità: «Persone che senza esserselo mai immaginato seguono per curiosità quell’uomo, stanno con lui fino a sera, dimenticando persino di andare a lavorare, rimangono così impressionate…».

Possiamo dire che anche in quella bellissima serata era come se Gesù fosse lì? Dobbiamo dire che Lui era lì, cioè riconoscerLo. E il cuore si riempie di nostalgia e di un desiderio crescente per la Sua presenza amorosa. Nessuno di noi può più desiderare di meno che di appartenere a Lui e a questa compagnia che ne è segno, abbraccio tenero della Sua presenza. Perché il cuore ha bisogno di questa bellezza, ha bisogno di Lui, anche in terra Elvetica.

Simona Parmigiani, Zurigo

Se la nostalgia è carica della certezza che quel bene ci è tolto per poco tempo e certamente prima  o poi tornerà per noi, diventa un’esperienza dolce e senza delusioni…


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Lettere dal carcere e domande importanti

Sab, 2012-05-12 07:34

Interessante iniziativa di Tempi

Lettera dal carcere di Antonio Simone. Con una domanda a Repubblica maggio 11, 2012 Antonio Simone

Pubblichiamo la lettera che Antonio Simone ci ha inviato dal carcere milanese di San Vittore. La spesa, gli interrogativi leopardiani e una domanda al quotidiano di Ezio Mauro.

Iniziamo la pubblicazione delle lettere che Antonio Simone invia a Tempi dal carcere di San Vittore a Milano. È un modo per far conoscere a tutti la realtà carceraria e per Simone «un modo per ringraziare le centinaia di persone che mi hanno scritto e che pregano per me. Così che l’esperienza di uno possa eventualmente essere utile a tutti». Simone si trova in una cella «costretto in 4 metri per 2», con altre cinque persone, che desidera ringraziare «perché posso stare a scrivere solo perché altri stanno distesi a letto (sì, in sei, tutti in piedi, non ci stiamo)». 

Caro Gigi,
qui si sta facendo la spesa ed è un’attività entusiasmante. Finita la lista comune per le necessità della cella, Ikea (soprannome di uno dei detenuti in cella con Simone, così chiamato per l’abilità nel costruire “mobili” utilizzando pacchetti di sigarette e scatole di pasta, ndr) ti chiede: «E tu che cosa vuoi?». E lo chiede a tutti. Puoi immaginarti le risposte, tra il drammatico e l’ironico. «E tu che cosa vuoi?».
Mi viene in mente la domanda alla prima vacanza estiva che ho fatto in Gs (Gioventù studentesca, ndr) nel ’71, dove don Ciccio e don Ricci chiedevano leopardianamente: «Ed io, che sono?».
Poi guardo sul mio armadietto dove ho appeso la foto del Gius con Giovanni Paolo II alla Giornata dei Movimenti (che spettacolo) e capisco dove vorrei essere: là in mezzo, tra lo sguardo del Gius e il bacio del Papa, per rapire (uso apposta questo termine, così diranno che avevo già intenzione di delinquere) quel riconoscimento tra giganti del dono che Dio aveva fatto loro.
Ma non è di questo che volevo scrivere. Volevo solo dire che a me piace molto il metodo di Repubblica che ripete la stessa domanda tutti i giorni. Ecco, vi inviterei tutti a fare la domanda che ritenete più giusta a Repubblica e a mandargliela.
Ecco la mia: perché esistete? A che servite, oltre che per sostenere il triste nichilismo, dopo aver visto naufragare la speranza di un mondo migliore, a partire dalla vostra disastrosa ideologia?
Antonio Simone


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“… Ma l’antisociale, oggi, non costruisce…”

Ven, 2012-05-11 08:24

Da TRACCE:

«Anni di piombo? No, ma potrebbe essere peggio…»

di Paolo Perego

08/05/2012 – Il rifiuto dello sviluppo per affermare una diversità. Il rischio dell’anti-società e una politica «senza difese». Aldo Brandirali, ex marxista-leninista, legge l’attentato al dirigente Ansaldo. La sconfitta non di una maggioranza, «ma della ragione»

  • La Scientifica in via Montello a Genova.

Genova. La moto fuori dal portone con in sella due uomini nascosti dai caschi. L’uomo che esce, in parte al figlio. Pochi passi, e un proiettile calibro 7,62 passa da parte a parte la gamba di Roberto Adinolfi, 59 anni, amministratore delegato di Ansaldo Nucleare, società del Gruppo Ansaldo Energia, di proprietà di Finmeccanica. Nessuna rivendicazione. «Chiara matrice terroristica», dicono dalla Questura, ributtando il calendario indietro di quarant’anni, al rapimento Gadolla del 1970, agli attentati “rossi” che insanguinarono la città ligure fino al 1979, con l’uccisione dell’operaio sindacalista Guido Rossa.
«Ma qui il marxismo non c’entra, questo è anarco-insurrezionalismo. Le Brigate Rosse erano un movimento politico, rivendicavano pubblicando dei documenti. Qui si parla di “antipolitica”, senza motivazioni: come se dicessero: “Ci siamo anche noi, e rifiutiamo la società”». È tranchant il giudizio di Aldo Brandirali, classe 1941, un passato da militante delle frange extraparlamentari comuniste abbandonate proprio per il rischio di derive violente, fino alla conversione nell’incontro con don Giussani negli anni Ottanta. «L’unica continuità che vedo con quegli anni è data dal fatto che il sistema politico non ha anticorpi. Sinistra e destra finiscono sempre per proteggere in qualche modo le loro frange estremiste. Non ci sono paletti discriminanti con un sistema bipolare in cui per vincere serve anche lo 0,5 per cento dei voti». Un sistema politico, quindi, che continua a mantenere un connubio equivoco con l’antisistema. Con gli “asociali”, come li chiama lui: «Asocialità come rifiuto dello sviluppo, il male assoluto». Non solo un problema di tensioni sociali generate dalla crisi. «Il nodo è la struttura stessa della crisi: se è vero che la speculazione finanziaria ha potuto fare tutti i disastri che ha fatto, allora cosa vuole dire sviluppo? Cos’è lo sviluppo se produce chi ci distrugge? Il Papa continua a richiamare al bene comune, alla dimensione comunitaria, all’andare al fondo di perché vale la pena costruire. Ma nel dibattito pubblico non viene mai ripreso».
Tutta l’antipolitica di oggi, dai No Tav a Beppe Grillo, fino ai movimenti politici di Di Pietro e Maroni, cavalcano quest’onda: «In questo indebolimento del concetto di bene comune lo spirito antisociale diventa più forte. Tutti nuotano nel lago del rifiuto della logica comune. “Noi non ci faremo fregare da voi”. Ma se tutto diventa irrazionale, allora è la ragione a uscirne sconfitta, non una maggioranza politica. L’unico problema per certa gente è affermare una diversità, anche attraverso fatti violenti. Vedi Genova. Come se dicessero: “Ma perché dobbiamo spiegare, motivare? Siamo solo altro da voi”. La questione è che bisogna iniziare a fare i conti con quest’idea sempre più diffusa che si possa vivere contro la società. Un modello anarchico fondamentale, a ben vedere».
Quarant’anni fa, ad ammortizzare in qualche modo certe tendenze, c’erano luoghi come i centri sociali: «Erano antisociali, delle “isole di società parallele” dove dicevano: “Siamo liberi, facciamo quello che vogliamo…”. Ma si andava contro a una società per costruirne un’altra». E oggi? A Parma e a Genova i “grillini”, per esempio, hanno fatto il pieno di voti… «L’ha scoperto Umberto Bossi per primo, che se dicevi “Padania” al posto di “Italia” trovavi consensi. E via via si sono sviluppate esperienze analoghe. Irrazionali, che però nella contraddizione e nel lacerarsi della società ti danno il potere di rappresentarne un pezzo. Le urla di Grillo sono di questa natura: raccolgono i frammenti, diventando portatrici di questa scelta per l’antisociale. Ma l’antisociale, oggi, non costruisce. I No Tav non costruiscono nulla. Non fanno neppure feste o momenti ludici tra loro. Non hanno nulla da costruire». Detto da uno che nel ’68 urlava: «Vogliamo cambiare il mondo», e del suo essere “contro” diceva: «Perché la società ci frega».
Quindi, il pericolo non sarebbe tanto un ritorno agli “anni di piombo”… «Peggio. Il pericolo è la crescita di tutti i rifiuti alla società, alla relazione, alla ragionevolezza. Alla ragione. Con la Repubblica di Weimar, nella Germania tra le due Guerre mondiali si era generato un processo di autodistruzione dello stesso tipo. Molto peggio del terrorismo. Allora si sviluppò una tale disgregazione della società che solamente un progetto autoritario poteva rispondergli. La strada che stiamo imboccando non è molto diversa…». E la speranza? Dove sta? «Nella politica, quella dei principali partiti. Quella vera e responsabile, che guardi davvero al bene comune, in cui tutti gli attori possano dare una risposta di speranza. Insieme, però. Se no sarà una battaglia persa».


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Ma… la Costituzione è davvero a fondamento della nostra convivenza?

Gio, 2012-05-10 07:47

Se i fatti sono questi, c’è da chiedersi se esista più qualcosa che riguardi esclusivamente la nostra intimità e se la Costituzione sia ancora la Carta fondamentale che regola i nostri diritti e doveri…. o se li regola solamente per alcuni privilegiati di turno…

Da Tempi.it:

Perché il Corriere può pubblicare le lettere private di Daccò?

Pubblichiamo l’interrogazione parlamentare presentata dai due deputati del Pdl al ministro della Giustizia, in merito alla pubblicazione sul Corriere della Sera di una lettera privata di Piero Daccò, detenuto nel carcere di Opera di Milano

Premesso che:
Il 24 aprile, a pagina 1 e a pagina 13 del Corriere della Sera compare un articolo a firma di Luigi Ferrarella e Giuseppe Guastella, i quali scrivono: «Non stupisce che, agli atti dell’indagine sfociata il 13 aprile nell’arresto di Daccò (già in carcere dal 15 novembre scorso nell’inchiesta sul dissesto del San Raffaele) per 56 milioni di fondi neri della Fondazione Maugeri di Pavia, compaia ora una annotazione di polizia giudiziaria che viviseziona una lettera scritta in carcere da Daccò il 25 gennaio al commercialista Perego»; seguono ampie citazioni di questa corrispondenza privata e di asserite interpretazioni della stessa da parte della polizia giudiziaria;

l’articolo 15 della Costituzione sancisce: «La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’Autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge»; la legge numero 95 del 2004, introduce l’articolo 18-ter nell’ordinamento penitenziario, prevedendo i casi che giustificano una restrizione della libertà di corrispondenza dei detenuti, dispone che «per esigenze attinenti le indagini o investigative o di prevenzione dei reati, ovvero per ragioni di sicurezza o di ordine dell’istituto, possono essere disposti, nei confronti dei singoli detenuti o internati, per un periodo non superiore a sei mesi, prorogabile per periodi non superiori a tre mesi: a) limitazioni nella corrispondenza epistolare e telegrafica e nella ricezione della stampa; b) la sottoposizione della corrispondenza a visto di controllo; c) il controllo del contenuto delle buste che racchiudono la corrispondenza, senza lettura della medesima»;

non esiste alcuna legge che autorizzi la trasmissione alla stampa e la pubblicazione sui giornali della corrispondenza dei detenuti, ancorché sottoposta a controllo degli organi giudiziari, costituendo anzi quanto verificatosi nel caso esposto una violazione palese sia del segreto d’ufficio sia del rispetto della segretezza della corrispondenza;

queste patenti violazioni della segretezza nell’ambito dei procedimenti giudiziari dovrebbero costituire motivo di preoccupazione;

interroghiamo il ministro della Giustizia per sapere:

se i fatti sopra esposti corrispondano al vero;

se non intenda disporre un’ispezione presso gli uffici giudiziari interessati (legge 12 agosto 1962, numero 1311).

*testo adattato dall’interrogazione a risposta scritta presentata dagli autori in Parlamento giovedì 3 maggio 2012


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Chi vive può sbagliare. Solo i morti non possono sbagliare più

Mer, 2012-05-09 07:54

Da “Il corriere della sera”:

Noi cristiani, peccatori senza slogan

Meglio una fede vivente che una fede coerente ma morta. Diceva così un mio amico. Per questo non c’è niente di strano nel fatto che ancora una volta si discuta, si cerchi di capire, si esibiscano debolezze dei cristiani. Il fatto è che siamo vivi. Presenti. Facciamo discutere. Facciamo pensare. E arrabbiare. E sperare. Non siamo una cosa «scontata» insomma. Noi, quelli che si dicono cristiani. Non che si dicono migliori. Non siamo scontati nemmeno noi a noi stessi.

Il cristiano non sa cosa è il cristianesimo. Lo impara seguendo Qualcuno, oggi. Siamo quelli che se vedono il Dio Nazareno inchiodato alla croce sentono il cuore tremare. E che guardano le persone come un infinito abisso che solo il Suo Abisso può colmare. Quelli che hanno la Resurrezione come una gioia dura negli occhi, una letizia nella penombra dei giorni, come un sospiro. Quelli che parlano di peccato, come ha fatto don Carron anche in pubblico (e la domenica battendo il proprio e non l’altrui petto) perché siamo realisti.

Essere cristiani non è un merito. È una grazia. Una specie di fortuna, di un incontro che da duemila anni prosegue. Come all’inizio dell’avventura del Nazareno. I cristiani lo sanno che è così. Chi parla del cristianesimo invece spesso, purtroppo, non lo sa. Lo sanno quelli di Comunione e Liberazione che come capita spesso sono al centro delle attenzione poiché vivaci (e chi li attacca non lo fa certo per interesse al bene della loro anima). Ma lo sanno anche quelli delle Acli a congresso fino a ieri, associazione storica con milioni di tesserati che sta trovando nuove strade. E lo sanno anche coloro che stanno animando un nuovo movimento «strano», OL3, nato da giovani della generazione Wojtyla.

Ormai il cristianesimo per «tradizione» non esiste, era perlopiù perbenismo. Purtroppo Gesù Cristo invece che essere testimoniato come eccezionale presenza che rende cento volte più intensa la vita, è stato indicato a molti come un vecchio suocero. Uno «contro» la vita. Lo aveva capito Arthur Rimbaud. Il cristianesimo non è un «suocerismo». La fede non è un programma sociale o morale, né un disegno di potere. Questi tramontano, la fede no. È commozione di un riconoscimento: lo sai che ti amo, Signore. Su di noi fanno analisi sociologica e politica. È ovvio che accada. Ma son destinate sempre a fallire, e non solo per difetto degli analisti. Una fede vivente scardina il principio di non contraddizione, che sta alla base di ogni pretesa giusta analisi. Siete chiusi, ci dicono, come Galli della Loggia ( Corriere, 5 maggio scorso). Siete troppo aperti, ci dicono contemporaneamente. Oppure: dovreste fare un partito. E poi: state lontani dalla politica. Accogliete tutti. E poi: state lontani da «prostitute e peccatori». Vogliono che siamo o una cosa o l’altra. E invece siamo una cosa e anche l’altra, e così diventano matti. Non capiscono e allora creano slogan, schemi. Il cristianesimo si può solo raccontare, non comprendere con una analisi. Da quando Dio è diventato anche uomo, è apparso sulla scena della storia un protagonista religioso nuovo: che è buono e anche peccatore, che sa cosa è la purezza e anche la macchia, che ha grano e loglio nello stesso campo del cuore. Uno che ha speranza di bene e vi tende anche se conosce il male. E che fa politica ma non è politica.

Dio ha scelto di non mostrarsi come idea o illuminazione morale, ma attraverso uomini vivi e non «nonostante» la loro vita. Grandi peccatori mi hanno testimoniato Dio. Questa è la grandiosità carnale e spirituale, la faccia «scandalosa» e meravigliosa del cristianesimo. Chiediamo solo questo a chi vuol davvero capire la presenza della fede cristiana nella società di oggi: dite quel che vi pare, ma trattateci da quel che siamo, uomini vivi.

Davide Rondoni


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