2012 schiavi o liberi?

anteprima

FINE D’ANNO: CONTRO LA SCHIAVITU’ DEL TEMPO CHE PASSA
Il grande Seneca, vertice morale del mondo pagano precristiano, nel difendere di fronte all’amico Lucilio la dignità degli schiavi, rilevava come tratto comune degli uomini fosse proprio la schiavitù. E aggiungeva che è molto peggiore la schiavitù cui gli uomini liberi si sottomettono, di quella che agli schiavi tocca dalla nascita.
Seneca metteva a fuoco una grande verità: l’uomo è uno schiavo. Questo è un fatto facilmente constatabile, non un’interpretazione. L’uomo è schiavo delle spazio, del tempo, dei propri limiti e del proprio male, dei limiti e del male degli altri uomini. C’è qualcuno di noi che può dirsi libero di portare sempre perfettamente a termine quello che progetta? O di fare tutto quello che vorrebbe?

Ieri non c’eravamo. Oggi ci siamo. Domani non ci saremo più. La nostra esistenza, come quella degli schiavi, dipende strutturalmente da qualcosa d’altro, lo si chiami Caso, Natura, Dio (in un futuro prossimo lo si chiamerà Tecnica), l’esito non cambia. Inutile ribellarsi e chiedersi: “Perché sono nato?”; questa domanda è solo una dimostrazione di impotenza, di sottomissione a un potere superiore, sconosciuto, che ci ha tratto dal nulla all’esistenza. L’uomo è qualcuno che non ha potuto scegliere quando è stato invitato nel teatro dove si rappresentava una tragedia, la sua. Che dire, infatti, della suprema schiavitù, quella della morte?

Schiavi, dunque, e fino ad oggi, dopo millenni di storia, le nostre pur grandi acquisizioni, in tutti i campi, non hanno spostato di molto la questione. Non bisogna essere necessariamente degli inguaribili pessimisti per rappresentare l’umanità come una schiava che impegna tutti i suoi sforzi a liberarsi dalle catene. Sforzi vani, del resto: spezzata una catena, se ne annoda subito un’altra.

Ogni tanto qualcuno rispolvera il patetico “la mia vita è nelle mie mani”. Grandi filosofi hanno a più riprese annunciato, con un entusiasmo eccessivo, la definitiva liberazione dell’uomo. Inni alla libertà si sono elevati soprattutto negli ultimi due secoli, e ancor oggi la parola libertà è tra le più usate. Sappiamo bene che razza di incubi diventano certi sogni di libertà! Alla schiavitù naturale della condizione umana, se ne aggiunge un’altra, più terribile: quella creata dagli uomini in nome della libertà. Si è creduto, per esempio, che somma libertà fosse fare a meno di Dio, dei suoi comandi, del suo Mistero. Ma al Dio che comanda, vieta e perdona, promettendo il “centuplo quaggiù e la vita eterna”, si sono sostituiti dei crudeli idoli (coi loro squallidi divieti e comandi), che sempre hanno davvero distrutto quell’uomo che pretendevano di liberare.

Abbiamo assistito ad un vero regresso. Se Seneca guardava in faccia la realtà, il Novecento si apriva con la folle, utopica allegria di Nietzsche, che proclamava l’avvento di un essere finalmente libero. Oggi sappiamo che inevitabilmente un tale essere è disgustoso, un egoista, uno dalle mani sporche di sangue. Prometeo non libera gli uomini, è un vero pericolo per l’umanità. Nietzsche non ha trovato la pace. E l’umanità si è incamminata, con lui, verso la camicia di forza del manicomio.

Resta l’enigma, resta il problema. Una soluzione praticata da miliardi di essere umani, è la religione. L’homo religiosus si sottomette alla potenza divina (la parola muslìm, che identifica il fedele di Allah, significa, appunto, “sottomesso”). Se proprio bisogna essere schiavi, meglio esserlo del solo Signore, del solo Potere che conduce oltre la schiavitù della condizione umana. Le religioni e/o le filosofie orientali realizzano invece la libertà in un astrarsi dal rapporto con il mondo. In questo senso per essere liberi bisogna annullarsi, annichilirsi.

Rispetto a questo groviglio inestricabile, l’unica vera, grande novità è apparsa nella storia con Gesù. Il Cristianesimo promette la libertà in nome di Dio. La promessa è sempre quella, e risponde ad un autentico bisogno dell’uomo. Ma è il modo con cui è stata formulata e realizzata che è davvero unico. In Gesù (lo diceva già San Paolo pochi anni dopo la venuta di Cristo) è Dio stesso che si è annichilito, che si è fatto schiavo, per liberare davvero l’uomo.

San Leone Magno, in un’omelia sul Natale, scrive: “Il Figlio di Dio, volendo riconciliare con il suo Creatore la natura umana, l’assunse lui stesso in modo che il diavolo, apportatore della morte, fosse vinto da quella stessa natura che prima lui aveva reso schiava”.

La fede cristiana non nega la realtà, la schiavitù dell’uomo, il “servi sumus”. Ma, unica nella storia dell’umanità, indica due segni: una croce insanguinata e una pietra del sepolcro rovesciata. Il Leone (prendo a prestito un’immagine di Lewis) si è lasciato incatenare e uccidere, per infrangere le catene.

Ricordiamocelo, nel momento in cui un anno finisce, e sentiamo con più forza la schiavitù del tempo che passa, su questa terra.

Gianluca Zappa

La Cittadella  socio di  SamizdatOnLine

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