Buonismo e intolleranza

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Per superare buonismo e intolleranza
In un’epoca in cui l’opinione pubblica è di fatto il riflesso dell’opinione pubblicata, i mezzi di comunicazione dovrebbero prestare estrema attenzione anche e soprattutto ai titoli degli articoli, ai titoli di lancio dei telegiornali. In un’epoca in cui è difficile approfondire la notizia è molto facile creare un mostro dal nulla o peggio ancora dalle buone intenzioni. E’ quel che è capitato al vescovo di Imola monsignor Tommaso Ghirelli. E’ stato accusato di avere lanciato un “anatema anti-islam”, di avere intimato ai musulmani che non avessero condannato “gli atti di crudeltà dell’islam” di andarsene. Ebbene, una lettura della riflessione incriminata di Monsignor Ghirelli, pubblicata ne Il Nuovo Diario – Il Messaggero, dimostra, a mio parere, la sua saggezza e la sua lungimiranza.

Innanzitutto è importante analizzare il contesto in cui si inserisce lo scritto pubblicato. Si fa riferimento all’afflusso di “profughi e immigrati via mare”, “di giovani e intere famiglie che dall’Africa e dall’Oriente” sono giunte nell’arco di un anno. Si fa riferimento quindi a persone che sono state spinte ad attraversare il Mediterraneo per una “serie di conflitti drammatici, di problemi politici, di tensioni sociali”. Monsignor Ghirelli fa quindi riferimento alla crisi in Medio Oriente, all’autoproclamazione del califfato da parte dei terroristi dell’ISIS che ha portato alla persecuzione dei cristiani in Siria e in Iraq così come alla persecuzione di “alcune minoranze religiose”. Una realtà, quella dell’ISIS, che deve spingere i politici a “proteggere e difendere non la supremazia, ma la vita e la libertà delle persone”. 
Infine il riferimento ai musulmani. Monsignor Ghirelli è molto chiaro nell’invitare a non generalizzare: “E noi cittadini finiamola di pensare ad altro o di prendercela in blocco con gli stranieri”. Dopodiché rivolge un appello ai musulmani, una schietta richiesta di chiarezza e onestà: “Chiediamo piuttosto agli islamici presenti tra noi di mostrarsi uomini d’onore, di prendere posizione pubblicamente contro le persecuzioni e gli atti di crudeltà. Altrimenti dovrebbero avere il coraggio di allontanarsi dalla nostra terra, perché nessuno vuole nemici in casa.” La frase che conclude la riflessione sarebbe dovuta essere sufficiente per chiarire le intenzioni del vescovo di Imola: “La situazione è seria, mettiamoci tutti in moto senza tergiversare, superando sia il buonismo sia l’intolleranza.” 

Si tratta di un invito ai cittadini e ai fedeli, cattolici e musulmani, di Imola a venirsi incontro nella chiarezza e nella verità. In un momento in cui i fatti, tristi e incontrovertibili, mostrano terroristi che in nome dell’islam sgozzano giornalisti, perseguitano cristiani e più in generale i non musulmani, monsignor Ghirelli chiede semplicemente ai musulmani di aiutarci a non generalizzare, di farci capire che non hanno nulla a che fare con quel che accade perché il silenzio potrebbe sottintendere un assenso. 
Molto più dura è stata senza dubbio Elham Manea, professoressa presso l’Università di Zurigo e musulmana praticante, che lo scorso agosto, rivolgendosi ai propri correligionari, ha scritto: “Se non riconosceremo la nostra responsabilità, tutto andrà avanti come sempre. Le moschee continueranno a maledire gli ebrei, i cristiani e i miscredenti ogni venerdì. I predicatori continueranno a salutarci con il loro messaggio d’intolleranza. Le scuole continueranno a insegnarci che la religione è il marcatore principale dell'identità e della cittadinanza.
Fermatevi un istante e riflettete. Chiedetevi: quante donne sono state uccise di recente in nome della nostra religione? Quanti pakistani cristiani o appartenenti agli ahmadiyya sono stati presi di mira ultimamente? Quante chiese sono state attaccate in Indonesia e Nigeria? Quanti egiziani copti sono stati allontanati dai loro villaggi? Quante loro case e negozi sono stati dati al fuoco? Quanti sunniti stanno uccidendo sciiti? Quanti sciiti stanno uccidendo sunniti? Quanti bahai sono stati brutalmente repressi in Iran? E quanti cittadini britannici hanno aderito all’ISIS?
Sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte. Sarebbe più facile. Ma se continuiamo a biasimare gli altri, se continuiamo a non agire e a tacere, siamo noi, noi e nessun altro, che stiamo lasciando che la nostra religione sia letteralmente sequestrata da questa interpretazione fondamentalista dell'islam.
L’ISIS è dentro di noi. Ed è giunto il momento di affrontare l'ISIS che è dentro di noi.”

Elham Manea non è stata la sola a condannare l’ISIS, lo hanno fatto anche i Fratelli musulmani e persino altre realtà legate al terrorismo islamico. Elham Manea è stata però una delle poche voci che non si sono nascoste dietro a un dito, che hanno ammesso che il problema è in alcune moschee e in alcuni predicatori che professano una lettura astorica e non contestualizzata del Corano. Non si è barricata dietro un’obsoleta teoria del jihad in base alla quale i cristiani in Iraq non meritavano il trattamento riservato loro dall’ISIS solo perché non avevano attaccato l’islam, non ha negato la validità del califfato dell’ISIS sostenendo che il califfato non va imposto dall’alto, ma dal basso. 
Elham Manea rappresenta la voce di quei musulmani che credono nei valori universali, nella libertà per il musulmano di potere cambiare religione, nella sacralità della vita di tutti senza se e senza ma, che non distinguono tra terrorismo e resistenza. Forse è quella la voce, sincera e onesta, che monsignor Ghirelli vorrebbe udire e che forse non sentirà perché i musulmani perbene sono talvolta “intimiditi dagli integralisti”, abili nel doppio linguaggio e nei funambolismi dei se e dei ma. 

Credo che la provocazione del vescovo di Imola possa essere una vera opportunità per costruire un dialogo vero più che tra le religioni, tra le persone che vogliono guardare al futuro con un comune sentire fondato sul rispetto dell’altro e sulla sacralità della vita di tutti.

CulturaCattolica.it  socio di  SamizdatOnLine

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