Capire la strage di Aurora

anteprima

 “Non capiremo mai perché accadono queste cose; sono tragedie senza senso, oltre ogni logica”. questa la dichiarazione a caldo del Presidente degli Stati Uniti d’America, subito dopo la strage del cinema di Aurora (sobborgo di Denver, nel Colorado). A me sembra invece che si debba cercare di capire per quali motivi, nel Paese più potente del mondo, succedono ciclicamente delle stragi terribili e totalmente immotivate, che coinvolgono persone innocenti (in questo caso anche bambini). Perchè un ragazzo di 24 anni, bianco, anglosassone, protestante (wasp), e quindi l’americano ideale, entra improvvisamente in un cinema e spara all’impazzata contro tutti i presenti, siano essi militari, donne, bambini, vecchi, giovani? Perché riempie la propria casa di bombe e di esplosivo? Perché dice, sorridendo, agli agenti: “Io sono Joker” (il cattivo del film “Batman”, di cui stava avvenendo la prima proiezione della nuova versione)?
A tutte queste domande si dovrebbe cercare di dare una risposta, per lo meno da parte di chi sostiene che l’America è “una grande famiglia”, altrimenti non si capiosce che cosa significhi la convivenza, lo stare insieme. Adesso James Holmes sarà giustiziato, ma il problema dell’”american way of life” rimane. La possibilità di acquistare in enorme quantità materiale bellico (si parla di 6.000 proiettili, di fucili, di pistole, di bombe, di esplosivo) rimane, anzi costituisce un “tabù” durante la campagna elettorale che avviene in questo periodo: ossia non se ne parla neanche, in quanto il potere delle società produttrici di armi è tale, negli USA, da impedire qualunque forma di reale dibattito sulla questione.
Ma soprattutto rimane l’impostazione tipica della società americana, i buoni da una parte e i cattivi dall’altra, il bene assoluto (che è appunto l’american way of life) e il male (rappresentato dai “Paesi canaglia”), l’eroe (USA) e il nemico da distruggere (l’estraneo). E allora, se uno non riesce nella vita americana (che è l’unica vita possibile, essendo la migliore in assoluto), se è un perdente, come dicono appunto gli statunitensi, non avrà la tentazione di immedesimarsi nel cattivo? Se io non sono nessuno per la società ottimale, anzi nell’unica società degna di tale nome, posso diventare qualcuno facendo una strage che rimanga negli annali della storia nazionale. Se sono rimasto fuori (“you are out” è un’altra espressione caratteristica della mentalità americana) allora rientro facendogliela vedere io, come il cattivo di turno. Se poi sono solo e vivo nella irrealtà del cinema, delle playstation, di internet e di quant’altro (imbottito magari di sostanze che mi facilitano il distacco dalla realtà concreta) il gioco è fatto.

In effetti sembra proprio che negli Stati Uniti d’America si sia innescato un meccanismo dal quale non si riesce a venire fuori, in quanto non viene capito nemmeno dai diretti interessati. Ma perché non viene capito? Perché non si vogliono mettere in discussione gli stessi presupposti del modo di vivere americano, che sono appunto una certa visione dell’uomo, diciamo così, un po’ rozza, molto semplificata. L’essere umano non è o totalmente buono o totalmente cattivo. L’alternativa non è ontologica, ossia di sostanza, bensì di scelta dell’individuo, della sua capacità di mettersi in gioco positicamente oppure no (il “libero arbitrio”, si diceva una volta). Ciascuno di noi ha dentro la capacità di fare il bene, come affermava San Paolo, ma spesso fa il male che non vuole, in quanto gli manca la forza di realizzare le intenzioni positive che si ritrova dentro. “Non faccio il bene che voglio, ma il male che non voglio”: e conclude: “Chi mi libererà da questo corpo di morte?”. Noi abbiamo, dentro il nostro essere, le intenzioni più belle che possano esistere, ma non abbiamo la capacità di realizzarle. Abbiamo il peccato originale. Questa è la grande dimenticanza della mentalità americana, che non consiste nell’autoflagellarsi dicendo: “Adesso bisogna solo pregare e riflettere”, come ha detto appunto il Presidente Barak Obama, bensì nel considerare la nostra vera natura di uomini, che è fragile. Non è la vita che è fragile, ma l’essere umano che è incapace di realizzare quello che si propone di essere e di fare. L’essere umano non è padrone del mondo, non è proprietario di quello che ha, non si è fatto da sé ed in ultima analisi non è nemmeno capace di compiere, ossia di portare a termine, quello per cui è stato creato.

Se si capisce questo allora la preghiera, invece di essere concepita come un atto che chiede una consolazione per il dolore che si avverte, diventa una domanda a Dio di essere, di esistere, di diventare come Lui ci ha fatti e vuole che diventiamo: uomini fragili, che sbagliano e si rialzano, e che condividono con altri uomini il cammino verso questa realizzazione di sé che chiedono a Colui che tutto può e che regge le sorti del mondo.
Pietro Marinelli  socio di  SamizdatOnLine

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