DAT: Legge sì o legge no?

Pubblico una approfondita risposta di Stefano Spinelli all'editoriale di CulturaCattolica.it sui DAT: è un intervento articolato di cui ringrazio l'autore. Data la sua complessità e lunghezza, in allegato una versione stampabile in PDF e un'altra in EPUB

1. Caro don Gabriele, nell’editoriale dal titolo DAT: una legge per un paese “anormale”? riporti le considerazioni di chi critica la proposta di legge, partendo non da una posizione di tutela assoluta del diritto di autodeterminazione che la legge non riconosce – ed è questa invece la critica maggiormente rivolta ad essa – bensì, partendo dalla posizione diametralmente opposta, di chi è preoccupato che l’approvazione di una disciplina, in detta materia, possa aprire le porte all’eutanasia (“se apro un foro in una diga, prima o poi la diga crolla”, Arcivescovo di Ravenna).
Posso assicurare che si tratta della medesima preoccupazione che mi muove a scrivere, anche se non mi pare che il problema, oggi come oggi, sia la legge. Tutt’altro.
Sono state prospettate, lo riconosco, “criticità” serie, non liquidabili in maniera semplicistica, che meritano approfondimento, perché sollevano problemi che stanno a cuore a tutti. Eppure, mi pare che vi sia come una prospettiva di analisi astratta, che non tiene conto della realtà attuale, come una sorta di processo alle intenzioni (si parla di ipocrisia), che non credo la legge meriti, o ancor più di processo a tutti gli scenari che si potrebbero configurare, che non penso possano essere riconducibili alla legge.
Il fatto è che – a mio modo di vedere, e vorrei solo mettere in comune delle argomentazioni – in queste critiche c’è come un errore di messa a fuoco, non si indirizza bene l’obiettivo, non si inquadra l’oggetto. Non è la legge che pone delle criticità. Queste criticità ci sono già – tutte – nel panorama giuridico oggi esistente, e la legge mi sembra che cerchi di porre dei paletti a protezione. In altre parole, non ritengo che sia la legge ad aprire il foro nella diga. Semmai è l’inverso. Il foro c’è già, e la legge tenta solo di tamponarlo.
Non voglio fare assolutamente una disamina del testo, che peraltro deve ancora essere discusso alla Camera. Né dire che dopo l’approvazione di quel testo “staremo tutti al sicuro” e non si porranno più questioni che avranno a che fare con ipotesi di eutanasia. Probabilmente vi sono alcune parti della legge che potranno essere interpretate, in via applicativa, in modo non conforme a quello che è il suo spirito informatore. La legge introduce ex novo istituti, ad esempio una regolamentazione precisa del consenso informato, oppure la possibilità di dichiarare anticipatamente i trattamenti sanitari a cui si vuole o no essere sottoposti in caso di incapacità, che sono una sorta di pedaggio al principio di autodeterminazione. Ma lo fa perché chiamata a regolamentare situazioni già riconosciute ormai definitivamente in sede giudiziale, ponendovi dei limiti a tutela della vita e delle salute (garanzie sull’espressione delle dichiarazioni anticipate; riferimento alla rinuncia a trattamenti sanitari di carattere sproporzionato o sperimentale; divieto di ogni forma di eutanasia e di assistenza o di aiuto al suicidio; divieto della rinuncia a sostegni vitali; non operatività in casi d’urgenza e non vincolatività delle dichiarazioni). In realtà, penso di non essere lontano dal vero dicendo che sono già pronti i ricorsi da mandare alla Consulta, per dichiararla incostituzionale in molte sue parti.
Premesso che in situazioni “normali” (e mi collego al titolo del tuo articolo), non avrebbe dovuto essere affatto necessaria una disciplina in materia, e premesso che ritengo una iattura la trasposizione di temi di bioetica in biodiritto, pur tuttavia, ritengo che nella fattispecie una legge in materia, come quella oggi in discussione, non fosse ormai più rinviabile.
Il problema non mi pare essere nella legge, perché non penso che con essa si peggiori la situazione già esistente, ma che con essa si tenti di migliorarla.
Da questo punto di vista, devo dire che non mi pare affatto calzante il parallelo che è stato anche fatto rispetto alla medesima ipocrisia che avrebbe caratterizzato anche la legge sull’aborto. In quel caso, nonostante la previa affermazione del diritto alla vita, la legge introdusse ex novo la pratica abortiva che era vietata da apposite norme di legge penali. In questo caso, invece, pur in presenza di norme di legge penali che le vietano, forme di eutanasia sono già state autorizzate per via giudiziale, cavalcando l’ormai affermato e operante diritto al rifiuto delle cure mediche, e la legge interviene per evitare che si ripetano episodi analoghi.
Ovviamente devo dar conto di queste affermazioni. Cosa che spero di fare.
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Segnalato da Anna Vercors
inserito il 22-05-2011     -