Dopo 22 anni

anteprima

«Anche lei, la Giustizia, guarda ad altro. Fissa la Verità, tende alla Sapienza. La Giustizia – per il pittore Lorenzetti – non è una misura, ma è uno sguardo verso la Verità, è una tensione, più che un traguardo»
(Mariella Carlotti, Il bene di tutti. Gli affreschi del Buon Governo di Ambroglio Lorenzetti nel Palazzo Pubblico di Siena)
Strano mondo, il nostro mondo. In balia del relativismo, non sa più insegnare cosa è bene e cosa è male e ritiene lecito (quasi) tutto, e poi che fa? Se sbagli, su quello sbaglio ti inchioda per la vita, ma anche post mortem. Perché non conosce perdono.
Da oggi Pietro Maso è un uomo libero. Dopo 22 anni di carcere per l’omicidio dei genitori, avvenuto il 17 aprile 1991 a Montecchi di Crosara, in provincia di Verona, è uscito stamattina dal carcere di Opera. In rete, c’è un video: un suv bianco che si muove veloce. I giornalisti lì in agguato, pronti a rubare un’immagine del “mostro”.

Han storto il naso in tanti, in effetti, di fronte a questa scarcerazone. Ma come? Gli avevano dato 30 anni. Perché tre anni di indulto? Perché 1800 giorni di libertà anticipata, ad uno che ha ammazzato i genitori per impossessarsi dell’eredità?
Stamattina sono andate a prenderlo le due sorelle, Laura e Nadia, che qualche anno fa lo avevano perdonato. Ma non basta nemmeno questo. Non il fatto che abbia scontato la sua pena, non il perdono dei famigliari.
E’ proprio vero. La fragilità della famiglia, che dovrebbe offrire, ai figli, l’abbraccio accogliente della madre e la forza del padre, che introduce alla vita una volta, un’altra e un’altra ancora, senza mai stancarsi, è anche la fragilità di questa nostra società, che non sa più come si fa ad essere autorevoli. Fluttua tra il permissivismo e il rigorismo disumano. Lascia fare (quasi) tutto, incapace di orientare al bene e, quando condanna, poi butterebbe la chiave. Perché non sa cosa farsene di chi sbaglia, non sa cosa fare per chi sbaglia.
E allora le vedi queste carceri puzzolenti e straripanti, vergognose. Dove non farebbero stare le galline ovaiole e nemmeno i maiali perché non c’è spazio per vivere. Li buttan lì e poi non ci son soldi, energie, tempo per rieducarli. In barba all’articolo 27 della Costituzione.
Poi un giorno arriva il “fine pena” e non si sa come guardarlo, uno che esce dal carcere dopo 22 anni. Non si sa cosa dirgli; come dargli, a 41 anni, un’altra opportunità.

Domani uscirà il libro di Pietro Maso, “Il male ero io”. Lo leggerò, e credo che ne parlerò anche in classe. Perché dobbiamo farglielo capire, ai ragazzi, che nessuno può essere determinato dal suo male. Ognuno di noi è “di più”. Pietro Maso è “di più”. Loro, sono “di più”, infinitamente di più degli errori che possono commettere a scuola, a casa, nella vita.
Parlerò di quest’uomo, della sua storia, di cosa gli hanno insegnato 22 anni dietro le sbarre, di quanto sia faticoso ripartire. Ma parlerò anche della misericordia, e mostrerò ai miei ragazzi “Il ritorno del figliol prodigo” di Rembrandt. Perché io, il fine pena, lo vedo così. E vorrei che la società – e cioè noi – fossimo capaci di quell’abbraccio. Una mano materna, la destra, che ri-accoglie chi ha sbagliato, e offre conforto. La sinistra, più forte, che stringe con energia maschile, e sorregge, e dà fiducia. Sicuri in questo abbraccio materno e paterno, riprendere il cammino della vita si può.

Cultura Cattolica  socio di  SamizdatOnLine 


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