Il diavolo in salotto

anteprima

Il diavolo in salotto: “Protesto, dunque sono”
C’aveva già pensato C.S. Lewis con le “Lettere di Berlicche”, un gioiello di filosofia e antropologia, oltre che discernimento spirituale: il diavolo è bello tosto, pensa in maniera capziosa e suadente, spianarlo non è facile.
Avviso ai naviganti: occhio alla penna, il lavoro è duro e qualche volta sporco, un dirty business.
Oggi, poi, abbiamo un veicolo ancora più diabolico, efficacemente diabolico: la Rete. Gran bella cosa, una benedizione di Dio, come detto e ripetuto da un certo numero di Papi a questa parte, ma anche un reticolo di miasmi e sapori acri. Niente paura, ci siamo noi, anzi c’è Lui, che funziona così: “In Lui ogni costruzione cresce ben ordinata”; “ognuno stia attento a come costruisce”: sempre san Paolo, uno che se ne intendeva di battaglie all’ultimo sangue con potestà e principati di questo mondo.

La realtà umana, sociale e culturale è una faccenda complessa, perché è stratificata e favorisce la reattività immediata. Un boccone ghiotto per il nemico della natura umana e per chi ne fa le veci, cioè i “protestatari” di professione.
Noi abbiamo conosciuto, in passato, i rivoluzionari di professione, in primo luogo quel satanista ben strutturato che risponde al nome di Lenin; oggi vediamo all’opera una categoria di minori, epigoni di se stessi, velenosi in parole e, qualche volta, opere, ma soprattutto, contrariamente ai rivoluzionari di professione, non gente da élites e apparati di concetto e concertazione complessa; siamo al grandangolo del nulla che, però, risponde e corrisponde perfettamente al ventre molle e alla pancia del popolo addormentato e inebetito, frutto di decenni di democrazia procedurale e formale, senza nessi con la fede e la cultura viventi di un popolo degno di questo nome
 
Quindi, il “protesto, dunque sono” è l’abc dell’immediatezza, non c’è la mediazione ideologica e culturale dei rivoluzionari di professione ma c’è il rutto a tavola, il borghesismo annoiato di chi, incazzato, non ce la fa più e dà fondo al peggio di se stesso. Non c’è mediazione e raziocinio, dunque retto pensiero, ergo il diavolo è in salotto.

Se sfondi le solite porte aperte, non hai bisogno di costruire case e ricostruire case e fondamenta solide, come in Isaia e nalla tradizione umana, umanistica e cristiana. 

Sei dentro il cuore del rumoreggiare di fondo e non nella periferia che domanda, questo è il dato.
Dunque: sei all’inizio della fine.
 
La domanda non è “che fare”? Che è poi la domanda di Lenin.
Ma è: chi libera la mia libertà di fronte a questo?

Perché, se anche io mi sento imprigionato in questo schema, ancorché ne tracci il male intrinseco, non se ne esce.
Chi fa della protesta becera e pecoreccia, violenta e troglodita il suo “must” esistenziale non è altro da noi, ma il volto di noi senza Cristo e senza il cuore umano educato all’esperienza cristiana nella comunione della Chiesa di Dio.
 
Solo l’educazione del senso religioso può favorire la ripresa dell’umano; non della dimensione spirituale, come astrattamente si potrebbe ipotizzare, perché, senza l’umano aperto alla mendicanza e dunque al realismo, non si dà fede e libertà.

Questa la strada e queste le periferie. Le nostre, le mie.

Raffaele Iannuzzi  socio di  SamizdatOnLine

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