Il popolo e la folla

anteprima

Sulla scena del Calvario, dipinta da Duccio da Boninsegna, stanno due gruppi umani: quelli che ascoltano Gesù, sono fermi e sereni e guardano a Cristo; e quelli che invece si agitano, gridano e sono essi stessi divisi. Quelli che hanno le ragioni, quelli che hanno solo delle reazioni. Proprio come oggi.
di Gloria Riva


Duccio da Buoninsegna nel verso della sua Maestà, a Siena, ci trascina sul Monte Calvario come tesi tra due poli. L’ascesa inizia proprio alle porte di Gerusalemme, dove Cristo a dorso di un asino, cavalcatura dei re nei tempi di pace, si apre un varco tra la gente per entrare nella città. Davanti alle porte di Gerusalemme, come in cima al Calvario, si scontrano due gruppi umani: i discepoli, dietro a Cristo, davanti a lui, mescolati fra bambini festanti, il gruppo dei sadducei e dei farisei. Qui la divisione non è netta e l’ostilità del secondo gruppo non è manifesta ma sul Calvario le due fazioni si evidenziano in modo chiaro.

Gesù è un corpo di luce che si staglia su un cielo dorato. Alla sua destra il buon ladrone il cui incarnato, pur essendo più scuro rispetto a quello di Cristo, è investito da una luce carezzevole e chiara. Dall’altra parte, il cattivo ladrone è bruno e ombroso come la terra di una caverna.

Sulla scena del Calvario due gruppi umani rispecchiano le caratteristiche dei due condannati: i discepoli stanno sotto la croce del buon ladrone, gli accusatori sotto la croce del ladro malvagio. Duccio con grande sensibilità ci conduce dentro una verità che ancora oggi possiamo facilmente ritrovare. Cambiano i calvari, gli scenari di potere, le tendenze religiose e le culture, ma l’uomo rimane fondamentalmente lo stesso. Alla destra di Gesù, lato dove egli guarda, ci sono quelli che ascoltano, quelli cioè che sanno obbedire (dal latino ob audire). Essi sono compatti e, pur nella gravità dell’ora, sono fermi e sereni. Non manca il gesto stizzoso di un discepolo, proprio dietro a Giovanni, che vorrebbe quasi intervenire contro gli altri che imprecano, ma è gesto trattenuto. I più guardano verso Cristo come per carpire dal Maestro l’ultimo supremo insegnamento. Essi sono popolo. Il popolo.

Gli altri, al contrario, sono in movimento, scomposti, urlanti, non hanno un punto focale preciso, ma sono essi stessi divisi. Non sono popolo, sono una folla. Non ascoltano ma si lasciano caricare emotivamente da chi grida più forte. Non hanno delle ragioni, hanno solo delle reazioni.

Ecco fotografata la vera grande discriminante: non fra credenti o non credenti; fra musulmani o cristiani, fra religiosi o laici, piuttosto fra chi ha delle ragioni e chi, invece, ha solo delle reazioni emotive dettate dal predicatore più efficace o più urlante, appunto.

A ben vedere anche oggi il vero popolo è composto da quelli che ascoltano, da quelli che seguono, da quelli che non hanno un’idea di Messia da difendere, ma difendono un amore. Difendo una relazione vera, quella fra discepolo e maestro, quella fra chi cerca e chi è trovato.

La folla invece è irrazionale. Si lascia facilmente scaldare il cuore e reagisce, alla fine, senza capire quali siano le parti in causa o la posta in gioco e così uccide profeti senza saperlo.

Che il Venerdì Santo ci possa sorprendere così, coll’orecchio teso e lo sguardo attento al mistero, come i discepoli di Cristo sotto la croce. Che ci si possa risvegliare da questa dittatura dal pensiero unico che vorrebbe tutti anonimi, soli, disorientati e quindi facilmente manipolabili, come il gruppo che sta alla sinistra del Cristo nella crocifissione di Duccio.

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