L’avventura di un’aspirante iconografa… (molto aspirante e poco iconografa)

 

Ricordo che, l’anno scorso, la meditazione del sindologo sulla Passione di Gesù si era conclusa con la riproduzione fotografica ad alta definizione del volto dell’uomo della Sindone, con gli occhi aperti realizzati secondo una sofisticatissima tecnica che assicurava la corrispondenza con la realtà. Quello sguardo fece ammutolire tutti i presenti ed uno chiese che il volto venisse riproposto ancora una volta perché venisse contemplato. Furono attimi di eternità in cui quegli occhi profondissimo e divini mi guardavano e aumentavano in me il desiderio di essere guardata sempre così.

Nell’intensità di vita Cristiana che il nostro parroco ci sta proponendo, insegnandoci a gustare tutta la bellezza di qualsiasi espressione della vita, avevo dimenticato quella sguardo.

Ieri però era la quarta lezione del corso di iconografia e sono arrivata un po’ meno depressa per la mia incapacità rispetto alle altre volte, non solo perché il volto di Cristo che ciascuno di noi otto rappresenta incomincia a prendere forma e a piacermi, ma perché per tutto il giorno avevo chiesto al buon Dio di guidare la mia mano in modo da realizzare la cosa più bella della mia vita. Sapevo che questa grazia sarebbe stata esaudita perché Lui ascolta sempre le nostre preghiere e – se non sono cattive – ci accontenta. Ma che accadesse quello che poi è successo mi lascia piena di stupore e di gratitudine.

Mi arrabattavo sconsolata tra pennelli e colori sotto la direzione del maestro iconografo, che per fortuna, con grande pietà verso la mia incapacità, un po’ mi correggeva, un po’ mi aiutava.

Poi, in una pausa, mentre aspettavo che il colore asciugasse, Silvia che è una brava disegnatrice mi si è avvicinata, ha guardato e mi ha detto: “Che begli occhi!”.

Allora ho riguardato il mio lavoro alla giusta distanza (come suggerito dal maestro) con particolare attenzione agli occhi: mi sono commossa.

E mi è tornato in mente il volto sindonico visto l’anno scorso e avrei pianto di gratitudine davanti a quegli occhi che mi affascinavano…

Sapevo che era preghiera, ma una preghiera senza parole fatta solo di struggimento.

Allora ho capito cosa significa che l’icona è un’opera sacra perché lo Spirito Stesso, – da noi invocato prima di iniziare il lavoro ogni volta e possibilmente mentre si “fa la grafia”-, mi aveva guidato quando la mia mano tremante aveva disegnato gli occhi (ricordo che in quell’occasione particolarmente avevo detto con cuore la preghiera del pellegrino russo – “Signore, abbi pietà di me” -).

Tornata a casa, ho comunicato il mio stupore a mio marito e ho anche deciso dove metterò l’icona, la mia prima icona: sarà il primo quadro che uno vede entrando in casa e darà il benvenuto a tutti gli amici con il suo sguardo profondo e affascinante che ha conquistato me.

inserito il 25-03-2014     -