La guerra in Siria: l’informazione, il Papa, gli interessi globali

Autore: 
Patrizio Ricci
Data: 
2013-02-01
In un mondo, non solo la Siria, dilaniato dai conflitti armati e non solo, riteniamo che l'unica via che porti a una pace vera e duratura che non sia solo assenza di ostilità ma collaborazione e aiuto reciproco, sia l'adesione al pensiero di Cristo, unica novità vera nella storia dell'uomo: l'unico che possa offrire le basi su cui ciascun uomo di buona volontà possa attingere con creatività e capacità di iniziativa per lavorare a creare rapporti realmente pacifici.
Mai come in questo momento le parole del Pontefice possono essere un'indicazione chiara e utile per ciascuno di noi per pacificare innanzitutto i nostri rapporti quotidiani prima che i rapporti fra i popoli e le nazioni.

Tutti sanno qual è il vero bisogno dei siriani, ma tutti ci girano intorno, anche in Italia. Tutti tranne uno: il Papa. Il Pontefice è una delle poche voci che ha esortato sempre, nei suoi interventi pubblici, la riconciliazione, il negoziato, la transizione politica pacifica. Il giorno di Natale, dopo il messaggio Urbi et Orbi, Benedetto XVI ha detto queste testuali parole: “Sì, la pace germogli per la popolazione siriana, profondamente ferita e divisa da un conflitto che non risparmia neanche gli inermi e miete vittime innocenti. Ancora una volta faccio appello perché cessi lo spargimento di sangue, si facilitino i soccorsi ai profughi e agli sfollati e, tramite il dialogo, si persegua una soluzione politica al conflitto".

Nel mondo, al di fuori del Papa, dei Patriarcati siriani e del movimento Mussalaha (un movimento trasversale a tutte le componenti siriane che vuol dire “riconciliazione”), nessuno ha abbracciato la scomoda via della pace. Ma queste voci sono tuttora inascoltate: i media continuano a darci conto della guerra civile con la malcelata convinzione che un intervento internazionale ‘stile Libia’ riporti pace, concordia e giustizia. Anche i governi, che hanno chiuso le loro sedi diplomatiche ed espulso gli ambasciatori, hanno sposato le linee più intransigenti della ribellione armata e non hanno trovato di meglio che decretare un embargo durissimo che colpisce soprattutto la popolazione. “L’unico colpevole di tutto quello che succede - ci ripetono - è Assad”. La vulgata generale ha accettato ormai questa ‘verità’ e non ha il tempo né la voglia di cambiare idea né prospettare nuove soluzioni.

Eppure la via d’uscita per preservare dalla totale rovina quello che resta della Siria c’è da tempo: l’accordo di Ginevra del 30 giugno sottoscritto dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU, più Qatar, Turchia Kuwait e Iraq, prevede il varo di “un processo politico che porti ad una transizione che soddisfi le legittime aspirazioni del popolo siriano” e la creazione di un organo esecutivo di transizione formato da “membri dell’attuale governo, dell’opposizione e di altri gruppi”. Il problema è che l’opposizione armata, sostenuta dalla comunità internazionale, non accetta questo piano, né ha accolto quello del negoziatore Brahimi, che prevedeva anche la non rieleggibilità di Assad.

In questo contesto, la comunità internazionale ha assunto una posizione fortemente ambigua: pur non opponendosi alle trattative, le ha subito delegittimate e inopinatamente accantonate. Interessi terzi hanno fatto che si riconoscesse l’opposizione armata come unica rappresentante del popolo siriano e si adottasse un modo di operare del tutto irrazionale: con una mano si organizzano le trattative e con l’altra si arma si finanzia la ribellione.

Intanto a Natale, mentre erano in corso le trattative del negoziatore ONU Brahimi con Assad, è arrivata notizia dell’ennesima strage: l’agenzia Ansa ha riferito che aerei governativi hanno attaccato a Halfaya una folla che faceva la fila per il pane, provocando numerose vittime. La fonte era costituita da un video pubblicato su YouTube dagli stessi ribelli, ma il filmato evidentemente non può dimostrare con certezza responsabilità e dinamiche di quanto accaduto, tutt’altro che chiare. Il giorno dopo gli insorti hanno denunciato un altro panificio colpito dai Mig e un generale disertore ha denunciato in TV l’uso di gas nervini da parte dei governativi (gli USA avevano avvertito che il loro utilizzo sarebbe equivalso a varcare la ‘linea di non ritorno’ e avrebbe fatto scattare l’intervento Nato). Insomma, il governo siriano sembra abbia la vocazione di farsi continuamente autogol mettendo in atto gesti cruenti e irrazionali, proprio in concomitanza di trattative internazionali, addirittura in alcuni casi sarebbe stato responsabile di mettere autobombe anche presso le proprie sedi governative. Questi episodi, la cui paternità viene continuamente palleggiata tra le opposte fazioni in lotta (responsabili entrambi di gravi violazioni dei diritti umani), anziché costituire posizione di forza di una delle parti, dovrebbero invece essere indicative della necessità di giungere ad una rapida soluzione del conflitto.

L’Italia intanto si allinea: fedele in maniera acritica alla comune appartenenza europea e atlantica, appare più preoccupata su come sfruttare le circostanze in chiave politico-economica che operare per la pace. Le interazioni economiche con i Paesi del Golfo, soprattutto in tempo di crisi, sono preziose, ma le conseguenze politiche derivanti da alcuni accordi (come quello raggiunto dall’Ansa nel campo dell’informazione), seppur proficue, spesso sono opinabili: non sempre i buoni affari sono ‘buoni affari’ in termini di democrazia e libertà. Se guardiamo con criticità a questo tipo di accordi, se portiamo lo sguardo più in alto, oltre i Mig a caccia di panifici e le autobombe per la democrazia, se decidiamo di non accettare più la sola conta delle violazioni dei diritti umani perpetrate in una guerra settaria senza quartiere, scopriremmo che ben altri ingranaggi muovono la macchina del mondo.

E’ evidente che per evitare la distruzione totale della Siria tutte le parti in causa devono abbassare le proprie aspettative, a vantaggio del paese. In quanto a noi, stati democratici e liberi, dovremmo contribuire a quest’obiettivo: anziché far l’occhiolino ai violenti, comunque si chiamino, dovremmo semplicemente scegliere di rispettare l’art. 11 della nostra Costituzione e non alimentare o sostenere guerre per conto terzi, spesso mascherandole da ‘guerre umanitarie’.