La scomparsa della gratitudine

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Benedetto XV: la scomparsa della gratitudine
Il centenario della prima guerra mondiale è stato celebrato da moltissime iniziative di carattere culturale, sia nel mondo cattolico come fuori. A parte la debolezza di tante interpretazioni, di tante riletture - vuoi celebrative di questo evento terribile, vuoi giustificative - quello che mi ha colpito dolorosamente è l’assenza di qualsiasi riferimento al grande Papa Benedetto XV, che ha legato tanta parte del suo breve ma intensissimo pontificato a fronteggiare il problema della guerra sia dal punto di vista intellettuale e culturale, sia soprattutto dal punto di vista delle conseguenze etiche e sociali. Benedetto XV scrisse di suo pugno il 31 agosto 1917 una nota a tutti i capi dei Paesi belligeranti, chiedendo loro in maniera autoritativa la cessazione di quella inutile strage. Le cancellerie di tutto il mondo, soprattutto quelle europee e nordamericane, respinsero l’intervento del Papa rendendolo oggetto di disprezzo e comunque di dileggio, con una sola eccezione: quella dell’imperatore d’Austria e Ungheria, il beato Carlo d’Asburgo.

La lettura che il Papa ha fatto dell’avvenimento della prima guerra mondiale è di singolare profondità dal punto di vista intellettuale e di carattere etico, nella linea che era stata di Leone XIII e che sarà poi sviluppata adeguatamente dal grande magistero di Pio XI e di Pio XII: egli lesse la prima guerra mondiale come l’inizio della fine della cosiddetta età moderna e individuò con chiarezza le ragioni della guerra. Se essa ha conseguenze di carattere etico, sociale, nazionale e internazionale e mondiale, ha un cuore più profondo, che è la posizione culturale, una antropologia soggiacente alla modernità. Si tratta di una antropologia per cui il potere è tutto, il perseguimento del potere deve essere attuato ad ogni costo, per cui chi detiene il potere o chi si prepara a sostituire i detentori del potere è autorizzato a tutto, anche a sacrificare 15 milioni di uomini, come accadde nella prima guerra mondiale. Questo intervento è stato lucidissimo e profetico, se paragonato allo svolgimento dei successivi magisteri, e va posto nel contesto delle iniziative di carattere caritativo e sociale che il Papa realizzò lungo tutto l’arco del periodo della guerra fino alla sua fine: una serie di iniziative straordinarie per lenire i dolori e per ricongiungere i prigionieri con le proprie famiglie (soltanto in Italia si calcola che le iniziative della Santa sede fruttarono il ritorno a casa di oltre un milione di prigionieri e di feriti). L’intervento forte sul piano culturale, poi documentato da questa straordinaria e implacabile capacità di carità, era contrappuntato da una indicazione di veri e propri suggerimenti politici sui vari scenari della guerra. Il Papa intervenne a suggerire una dopo l’altra le soluzioni che si dovevano mettere in atto nei vari campi in cui si combatteva la guerra. Non parliamo poi del fatto che il Santo padre Benedetto XV, così ignorato («un Papa sconosciuto», hanno detto alcuni storici in recenti biografie dedicate a Giacomo della Chiesa) per primo nel suo intervento Maximum illud chiarì che i missionari dell’Occidente dovevano andare nei Paesi di missione svincolati della propria cultura di partenza, cercando di immedesimarsi con le culture che incontravano; oggi si direbbe inculturare la fede. Una personalità gigantesca, nella brevità del suo pontificato. La Chiesa ha mostrato quella straordinaria capacità di giudizio e di carità che è il vanto del cattolicesimo lungo tutta la sua storia.
Su questo Papa è caduto il silenzio, un silenzio pieno di disagio forse perché la sua immagine pubblica, così piccola, così mingherlina, così caratterizzata da qualche difetto fisico, non otteneva il gradimento dell’opinione pubblica. L’unico a parlare di questo Papa sconosciuto, a decenni di distanza è stato il suo successore Benedetto XVI, che nel suo primo intervento chiarì che il senso del nome scelto da lui, Benedetto, era per annodare il suo pontificato a questo suo grande predecessore in una situazione culturale, spirituale, ecclesiale, sociale e politica così simile a quella in cui Benedetto XV svolse la sua attività.

Ora io capisco che Benedetto XV non sia simpatico al laicismo che, nonostante tutte le nostre variegate e inconsistenti illusioni odia la realtà cristiana, la presenza cristiana, il mistero di Cristo e la sua tradizione. Capisco che non abbia simpatie per colui che nella fragilità della sua vita affermava una presenza più grande della sua, l’unica presenza in grado di affrontare e di risolvere i problemi di quel tempo, come la Chiesa, proponendo Cristo di fronte all’uomo di ogni tempo, lo propone come la via, la verità e la vita, cioè l’unica possibilità di redenzione autentica.
Ma come spiegare questo silenzio ottuso e pesante del mondo cattolico? Come non avere a cuore di presentare i momenti più grandi della nostra storia, anche quelli più drammatici, con la consapevolezza di nutrire la coscienza e il cuore dei cristiani di oggi, soprattutto dei giovani, con una consapevolezza critica della nostra storia, che è un grande movimento che investe l’intelligenza e il cuore di oggi e lo abilita a vivere profondamente il presente per preparare un futuro diverso? Come è povera una società che vive soltanto istintivamente nel presente e come è non meno povera una Chiesa legata esclusivamente al qui ed ora, che non radica il presente nella tradizione del passato e quindi non è in grado di progettare su questo presente un futuro adeguato!
Una volta il mio grande amico, il cardinale Giacomo Biffi, mi disse amaramente, ricordando momenti della storia della Chiesa a cui aveva partecipato, che la gratitudine è una virtù rara. Forse è vero quello che il cardinale dice, ma è ancora più grave prendere atto che la gratitudine è una virtù che sta scomparendo anche nella vita della Chiesa.
Mons. Luigi Negri, Arcivescovo di Ferrara-Comacchio

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