La strana vicenda della crisi in Ucraina

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Numerose le verità nascoste ed inconfessate. Il governo ad interim è la diretta espressione della ‘giunta rivoluzionaria’ rappresentativa della rivolta di piazza Majdan europeista e antirussa ma non di tutto il paese: il risultato è che la Crimea è persa e le provincie russofone non riconoscono il nuovo potere costituito.
E’ stato violato il principio democratico secondo cui si ottiene il potere con le elezioni e non nella strada!”: a pronunciare queste parole, non è il Presidente Jacenjuk che giustifica la repressione del sud-est russofono. Sono invece, le parole pronunciate dal ‘reprobo’ ex-premier Yanukovich durante l’assalto al Parlamento da parte dei rivoltosi pro-Europa. E’ contraddittorio: il premier Jacenjuk ha mandato i carri armati contro la copia speculare (in chiave russa) della stessa rivolta di cui lui stesso è espressione.
Qualcuno potrà obiettare che il paragone è esagerato perché il governo Yanukovich era fortemente corrotto: beh, le cose non stanno esattamente così…

La corruzione attraversa tutta l’Ucraina, ogni settore pubblico e privato: la situazione attuale non è certo imputabile solo alla cerchia di Yanukovich. Nel rank del Corruption Perceptions Index (Cpi), l’Ucraina risulta essere il Paese più corrotto d’Europa. Addirittura gli analisti della Ernst & Young hanno classificato l’Ucraina come uno dei tre Paesi più corrotti al mondo. Anche la cooperazione con l’OSCE non è mai riuscita a venirne a capo.

Allora, la domanda cruciale è: si può addebitare ad un singolo uomo la responsabilità della deriva di un intero paese? La risposta viene da sé: quello stesso uomo, se avesse optato per l’integrazione europea, sarebbe ancora lì. Lo ha detto lo stesso presidente del parlamento europeo Schulz (in un’intervista il 2 maggio ad Euronews ): “Io ero a Vilnius: era tutto pronto. Yanukovich non ha voluto firmare. Ma lui ci aveva chiesto che cosa potessimo dare all’Ucraina subito, noi abbiamo risposto, sbagliando: niente. Non abbiamo dato un euro. Ora il paese è in una situazione disastrosa e succede quel che succede. Ed ora stiamo comunque pagando 15 milioni per l’Ucraina. Quello che dico io, ma non si poteva fare tutto questo prima, dare il denaro necessario prima? abbiamo sbagliato”.

Ma torniamo alla situazione ‘sul campo’: la repressione ordinata da Kiev si sta rivelando un vero ‘pogrom’ e soprattutto per l’impiego di unità paramilitari civili armate. Questo particolare non è di poco conto. Spregiudicatamente,  per ‘sistemare in fretta le cose’,  il ministero degli interni ha mandato gli uomini del partito neonazista ‘Right Sector’ inquadrandoli nel “battaglione del Donbass”.

Il reparto, integratosi de facto nella Guardia Nazionale nel periodo post-Majdan, sta ‘operando’ nelle città assediate filorusse. Gli uomini che le compongono sono fortemente animati da sentimenti anti-russi e sono stati il ‘nocciolo duro’ di piazza Majdan. L’utilizzo di unità paramilitari anti-russe per stroncare la rivolta autonomista non è un’eccezione ma la prassi: ad Odessa gli agenti (considerati ‘non affidabili’) sono stati sostituiti da Kiev con unità di ‘attivisti civili’, presi tra i più violenti di piazza Majdan.

Inutile ogni commento: ‘illegali armati’ neonazisti e ultranazionalisti vengono mandati a disarmare (e punire) altri ‘illegali armati’ (insieme alla protesta pacifica): è solo uno dei segni dell’impresentabile ”due pesi e due misure” adottato dagli USA (appoggiato per mera ragione di opportunità atlantista anche dall’Europa). Intanto, giunge da Mosca la denuncia che nelle città assediate si profila una emergenza umanitaria, sia per la scarsità degli approvvigionamenti di medicine e generi alimentari sia per i combattimenti che ora coinvolgono indiscriminatamente la popolazione civile.

La denuncia non è vaga: il ministero degli esteri russo ha pubblicato un libro bianco di 80 pagine in cui si descrivono le circostanze in cui sono stati compiuti “rilevanti violazioni di massa dei diritti umani” da parte delle forze “ultranazionaliste, estremiste e neonaziste”.

Lo stesso ministero invita la comunità internazionale a non agire più ”a partito preso” per evitare “conseguenze distruttive per la pace la stabilità, e lo sviluppo democratico dell’Europa”. Il documento oltre a documentare i frequenti abusi, prova pesanti ingerenze da parte dell’ ”Europa e degli USA negli affari interni di un paese sovrano”. Per contro, Washington continua ad accusare Mosca di sostenere i filorussi, (dimenticando che in sostanza è ciò che lei stessa ha fatto sostenendo la rivolta di piazza Majdan).

Comunque di fronte a questa débâcle della democrazia, sembra che ci siano i primi timidi segni di rinsavimento: mercoledì 7 maggio è avvenuto al Cremlino (sotto patrocinio dell’Osce) l’incontro tra Putin e il presidente dell’Osce Didier Burkhalter per concordare una serie di iniziative atte a facilitare la pacificazione nazionale e preparare le elezioni del 25 maggio. Angela Merkel ha inoltre richiesto una seconda riunione a Ginevra (che non ricalchi gli errori precedenti) ed il primo ministro britannico si è recato a Kiev. Infine, il segretario dell’Onu Ban Ki-moon ha offerto la sua intermediazione.

La scelta del ‘pugno duro’ non è solo ‘il pallino’ di Kiev, ma è una condizione dettata dall’FMI: è la condizione richiesta per accedere al prestito di 17 miliardi euro. E’ tutto scritto nero su bianco (pagina nove, punto diciassette), nel documento ” Request for a stan D-by arrangement – staff Report supplement, staff statement T; press release; and statement by executiv e director for Ukraine”: (scarica qui).

L’atto, insieme alle condizioni economiche,  detta anche le condizioni politiche che il governo dovrà attuare per accedere agli aiuti finanziari: quella principale è che le province riottose siano rimesse sotto diretto controllo governativo.  Se è vero che si tratta di  una normale clausola di garanzia sul prestito concesso, è altrettanto vero che la richiesta è un atto politico: l’FMI è di fatto l’implicazione finanziaria del patto euro-atlantico. Tutte le posizioni europee prese servono per salvaguardare il legame atlantico.

Ora per noi europei questo legame rischia di diventare un guinzaglio: per toglierci ‘dalla dipendenza dalla Russia’ che ‘ci vuol attaccare’ e aspira di nuovo ‘all’egemonia sovietica’, gli USA ‘generosamente’ ci fanno sapere che ci forniranno gas da oltreoceano (a prezzo raddoppiato e previa costruzione di costosissime infrastrutture di degassificazione).  Ma tanta generosità è solo apparente:  gli USA hanno sapientemente cavalcato la crisi ucraina per bloccare l’integrazione europea della Russia. Il motivo è semplice:  una Russia che distribuisce gas a est e ad ovest, e diventa sempre più forte,  evidentemente non coincide con la loro agenda di egemonia economica e politica globale.

La Perfetta Letiziadi Patrizio Ricci

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