L'ideologia del gender

L’Ideologia del “gender” 

Oggi i media invece di usare la parola “sesso” preferiscono parlare di “genere” o “gender” (inglese), si tratta di un semplice cambiamento linguistico, o di una rivoluzione culturale, anticipo di quella che il Cardinale Ratzinger, già nel 2005, aveva definito “dittatura del relativismo”?. 

La parola gender ha sostituito il termine sex, usato per differenziare sessualmente l'uomo dalla donna. Un concetto, il gender, che implicitamente omologa, come equivalente, qualsiasi orientamento sessuale: eterosessuale, gay, lesbico, bisessuale e transessuale. Essi hanno la stessa dignità e, come tali, devono essere riconosciuti dalla società. Presso le Nazioni Unite e l'Unione Europea, il gender è diventato linea guida, “compito trasversale” per la politica internazionale. Una rivoluzione silenziosa che scuote le fondamenta dell’istituto familiare e dell’ordine sociale. 

L’evidenza biologica della persona che si manifesta come uomo e come donna, oggi è diventata una discutibile opinione. L'obiettivo culturale da raggiungere è il superamento dell'”eterosessualità obbligata” e la creazione di un “uomo nuovo”, libero di scegliere la propria identità sessuale, indipendentemente dalla sessualità biologicamente definita. Coloro che, per motivi culturali, ideologici o religiosi, dichiarano di non essere d’accordo con questa impostazione, realizzano un’azione discriminante e sono perseguibili anche penalmente. 
 

Perché si parla di “dittatura relativista”? 

Il relativismo è una visione del mondo per cui ogni conoscenza è vera solo relativamente, implicitamente afferma che non esistono dati oggettivi riconoscibili come tali, ciò che la determina è il punto di vista di colui che conosce. In ambito morale, giuridico, religioso non riconosce alcun valore assoluto: oggettivamente non possiamo riconoscere né il bene né il vero, il bene e il vero non rappresentano alcun fondamento vincolante per la libera convivenza tra gli uomini.

Il punto di partenza per indicare la direzione da prendere nel viaggio della vita è sempre stato il riferimento alla comune natura che spinge l’uomo a desiderare il bene e rifiutare il male, quando questo fondamento viene messo in discussione, anche dal punto di vista antropologico e giuridico, quale principio ispiratore potrà determinare la costruzione dei legami sociali che determinano la convivenza? 
 

Uomo e donna: un costrutto sociale? 

Il termine genere inizialmente era un'espressione in uso per distinguere grammaticalmente le parole maschili da quelle femminili, nel 1994, alla Conferenza Mondiale sulla Popolazione del Cairo e nel 1995, alla Conferenza Mondiale delle Donne, le femministe riuscirono ad introdurre al posto del termine “sesso”, la parola gender in modo da sostituire la differenziazione di carattere sessuale biologica e oggettiva con la facoltà della scelta soggettiva. 

Da quando la parola gender è diventata un concetto, definito culturalmente, la distinzione sessuale tra uomo e donna è indicata come “costrutto sociale”, un'invenzione del “patriarcato etero-sessuale”. La visione politicamente corretta della cultura dominante, ritiene sia necessario superare l’“eterosessualità coatta”, abbandonati i vecchi tabù, ogni persona può scegliere liberamente la propria “sessualità sociale” affermando la propria identità, omosessuale, bisessuale, transessuale o altro, indipendentemente dalla “sessualità biologica”. Le decisioni prese dalle Nazioni Unite e dall'Unione Europea, hanno consentito che il termine gender si è trasformasse in strategia politica. «II “genere biologico” è un costrutto ideale che col tempo è diventata una “forma di costrizione”», in pratica l’essere uomo o donna dipende dalla realtà socioculturale nella quale siamo inseriti. 

La maggioranza della popolazione vive ancora in un contesto familiare e non ha alcuna percezione, di quanto questa rivoluzione culturale, faccia parte di un processo già in fase avanzata. Nell’opinione pubblica è difficile trovare qualcuno che ritenga possibile che l'élite al potere nella politica, nella giustizia e nei media, abbia fatto propria la “prospettiva gender”. Sembra inverosimile, che un “partito” possa mettere in discussione l'alternanza tra maschile e femminile. 

Purtroppo è evidente, nella vicinissima Spagna, sono già entrate in vigore le norme per l’educazione affettivo sessuale previste dalla OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) “Nuovo standard di qualità per l’educazione sessuale in Europa”. Un unico modello di istruzione da seguire nel campo dell’educazione sessuale, per tutto il continente europeo, gli standard proposti non hanno nessun riferimento ai principi morali. Nel testo inoltre, non si fa alcuna menzione al fatto che, la relazione sessuale con una persona minore di quindici anni, in molti Paesi è sanzionata. I vescovi spagnoli hanno deciso di lavorare per l’elaborazione di un documento sull’educazione affettivo-sessuale, che tenga in conto la formazione di tutta la comunità cristiana nei fondamenti evangelici riguardanti il matrimonio e la famiglia; una formazione integrale che permetta di affrontare i problemi e le questioni presentate da qualsivoglia ideologia.


La “prospettiva gender” 

La transessualità riguarda una minuscola minoranza, eppure il gender, quando si parla di antidiscriminazione, è evidenziato, tra i titoli dei documenti ufficiali delle organizzazioni internazionali. E’ diventato oggetto di corsi di studio in quasi tutte le università; in una forma discreta e senza discussione pubblica, la rivoluzione sessuale è penetrata nella micro-struttura della società. Il governo federale tedesco già dal 1999 ha stabilito la «politica di parificazione per mezzo del gender mainstreaming1 inteso quale principio guida transitorio e compito trasversale». 

1 Il termine mainstreaming nella prospettiva di genere esprime un principio che ha determinato in modo importante la programmazione delle politiche europee dell'ultimo decennio sulle pari opportunità tra uomini e donne. Prende in considerazione le differenze tra le condizioni, le situazioni e le esigenze delle donne e degli uomini per far sì che la prospettiva di genere si applichi all'insieme delle politiche e delle azioni comunitarie. 

Gli attivisti gender hanno come obiettivi la “de univocazione” del genere e “l'identità fluttuante”, attaccano “la rigida norma della doppia sessualità”, si battono perché abbia valore giuridico, non il genere biologico, ma il genere arbitrariamente scelto, fino ad ottenere che esso venga registrato nei documenti pubblici. 

Quando la sessualità maschile e femminile viene abbandonata come parametro ontologico dell'esistenza umana, qualsiasi deviazione sessuale rispetto all'eterosessualità può essere intesa come normale e dunque consentita. 

La “prospettiva gender” non riconosce nessuna differenza specifica o congenita tra uomo e donna. Gli ideologi gender ignorano e fanno azione di repressione, anche nei confronti dei risultati scientifici dimostrati. Le più attuali ricerche scientifiche sul cervello, infatti, documentano come, già nei primi tre mesi della vita intrauterina, il diverso dosaggio ormonale, modella anche la struttura delle aree cerebrali che nella donna e nell’uomo risultano essere nettamente diverse. 

Gli attivisti gender per dissolvere il ruolo eterosessuale dell'uomo e della donna, affermano che è arbitrariamente modificabile. Si oppongono anche alla reversibilità di scelte esistenziali e comportamenti di persone che, dopo aver vissuto come omosessuali, transessuali o lesbiche scelgono di essere eterosessuali. 

Per decenni si è sostenuto che l'omosessualità fosse congenita. Martin Dannecker, uno dei protagonisti della lobby omosessuale tedesca, incaricato dal governo federale di stendere una perizia scientifica sull'omosessualità, scrive: «Tutti i tentativi fatti nel passato di trovare un fondo biologico all'omosessualità devono considerarsi falliti». Per questa ragione, oggi, si cerca di argomentare il diritto alla libera scelta. 

Se qualcuno è uomo o donna, che sia un lui o una lei, deve definirsi; le tendenze omosessuali o transessuali devono essere comunque riconosciute dallo Stato e dalla società quale identità di un essere umano. Gli ideologi gender sopprimono l'informazione che simili disturbi possano essere affrontati dal punto di vista terapeutico, combattono chi sostiene questa possibilità (o propone soluzioni terapeutiche) con il mobbing, con il linciaggio morale e con qualsiasi discriminazione possibile.

Da ciò risulta evidente che per gli attivisti gender non sono in gioco la libertà e la tolleranza, piuttosto una rivoluzione sociale. 

Lee Mundy scrive: «La prospettiva gender, è una “weltanschauung” (visione del mondo), rappresenta una missione verso gli eterodossi e perseguita gli infedeli. Il fine è quello d’illuminare gli ingenui scoprendo le oppressive strutture dominanti. La guerra contro il dominio dell'oppressore eterosessuale è dichiarata, si tratta di conquistare il controllo delle istituzioni sociali. La prospettiva gender ha successo in particolare nel mondo accademico, in questo modo ha acquisito il potere d’indicare come omofobo o irrazionale chiunque sia contro la sua ideologia. Il tabù di non poter criticare la prospettiva gender all'interno degli ambienti accademici è indicato come “egemonia progressiva”. 

Per avere un'idea di quanto sia sedimentato questo pensiero all'interno delle università e nelle istituzioni politiche basta fare una ricerca in internet sui termini gender e gender studies2. Esistono corsi sul gender nella maggior parte delle università, con la possibilità che esso venga scelto come materia principale. Quale influsso avranno quegli studenti nella società quando utilizzeranno le loro “conoscenze” davvero rivoluzionarie? Il filosofo José Ortega y Gasset diceva: “Da ciò che oggi si pensa nelle università, dipende ciò che verrà vissuto domani nelle piazze e per le strade”

2 Gli studi di genere o gender studies, come vengono chiamati nel mondo anglosassone, rappresentano un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell'identità di genere. 

Nati in Nord America a cavallo tra gli anni settanta e ottanta nell'ambito degli studi culturali, si diffondono in Europa Occidentale negli anni ottanta. Si sviluppano a partire da un certo filone del pensiero femminista e trovano spunti fondamentali nel post strutturalismo e decostruzionismo francese (soprattutto Michel Foucault e Jacques Derrida), negli studi che uniscono psicologia e linguaggio (Jacques Lacan e, in una prospettiva postlacaniana, Julia Kristeva). Di importanza specifica per gli studi di genere sono anche gli studi gay e lesbici e il postmodernismo. 

Questi studi non costituiscono un campo di sapere a sé stante, ma rappresentano innanzitutto una modalità di interpretazione. Sono il risultato di un incrocio di metodologie differenti che abbracciano diversi aspetti della vita umana, della produzione delle identità e del rapporto tra individuo e società, individuo e cultura. Per questo motivo una lettura gender sensitive, attenta agli aspetti di genere, è applicabile a pressoché qualunque branca delle scienze umane, sociali, psicologiche e letterarie, dalla sociologia alle scienze etnoantropologiche, alla letteratura, alla teologia, alla politica, alla demografia ecc. 

Bibliografia

- Gabriele Kuby “Gender revolution Il relativismo in azione” Cantagalli Siena, 2008 

- Jutta Burggraf “Que quiere decir genéro?” Ediciones Promesa Pamplona, 2001 

 
inserito il 04-10-2013     -