Ora viene il difficile

ABBIAMO dunque scoperto che almeno a parole il nuovo che avanza è molto uguale al vecchio che è avanzato, e che tutto l’armamentario della primissima repubblica, dalla congiura di palazzo, la coltellata alla schiena, la crisi extraparlamentare, la staffetta, è ancora terribilmente attuale. Una cosa sono i comizi in tv, i ballarò, le dirette twitter, la suadente retorica rottamante, un’altra la politica vera, che ha le sue leggi e le sue regole scritte da secoli col sangue della lotta: si combatte per il potere, per occupare il posto di un altro e tutti i colpi sono buoni. Chi è più forte vince. Essendo la politica la trasposizione moderna degli spettacoli gladiatori, o dei tornei medioevali tra contrapposti campioni di fazioni nemiche. L’incoerenza, le menzogne, i tradimenti, i passaggi di casacca per interesse, le promesse tradite sono il pane della politica, e chi si turba non sa di che cosa parla.
IERI RENZI ha scaricato il compagno di partito che fino a una settimana fa diceva di voler sostenere, lo scandalizzato Fassina del «Fassina chi?» non ha votato contro il documento dell’odiato segretario, tutta la minoranza Pd si è messa a disposizione dell’uomo combattuto con un’acrimonia quasi esistenziale fino a ieri. Evidentemente avrà avuto la sua convenienza.
La fortuna di Matteo Renzi, e in fondo anche la nostra, è che i politici non si giudicano dalle parole al pari dei poeti o dei filosofi, e alla fin fine se predicano male e razzolano bene, come ha fatto lui, tutti si scorderanno delle parole e si ricorderanno degli atti concreti. Perché non c’è che dire, da un anno e mezzo il sindaco di Firenze non ne ha sbagliata una: dall’iniziale battaglia per la rottamazione, retorica quanto si vuole ma capace di imporre un tema avvertito dall’opinione pubblica, alla successiva sfida interna per la segreteria, quando è riuscito a stringere le alleanze giuste sul territorio portando dalla propria parte tanti dirigenti periferici fino al giono prima sperticatamente bersaniani, all’assalto finale a palazzo Chigi, combattuto con le armi di una guerriglia sorda, ma efficace, in grado di produrre terra bruciata intorno a un premier e a un governo che hanno fatto davvero poco per salvarsi.

RENZI per adesso si è mostrato uno straordinario animale da campagna elettorale, capace di intuizioni politiche, di coraggio, di sfacciate giravolte, di istinto e cinismo, di narrazioni a volte un po’ spericolate, ma potenti. Tutto l’armamentario del politico di razza, ma ancora insufficiente per un grande uomo politico. Adesso il tempo della retorica è finito, viene il tempo del governo ed ecco il difficile. Non conta essere «nuovi», ma «capaci», non basta dirsi «giovani», ma serve dimostrarsi «idonei» a fare ciò che si è chiamati a fare. Perché di giovani inetti è pieno il mondo, e averne uno in più a palazzo Chigi non servirebbe a nessuno.
Buon lavoro, presidente Renzi.

di Pierfrancesco De Robertis
da il resto del Carlino
inserito il 16-02-2014     -