Protesto, dunque sono

Un grande filosofo introdusse nella storia della filosofia l’assioma ”penso dunque sono”. Non sto a contestare l’affermazione, ma vorrei enunciare il concetto come si è sviluppato via via in questi ultimi decenni.

Ormai è fuori moda dire , sia pure non condividendolo, “penso dunque sono”; oggi è di  una attualità sorprendente e pericolosa un altro pseudo assioma: “protesto, dunque sono”.

Mi è venuto in mente, vedendo per caso alla tv qualche minuto di una delle tante trasmissioni di denuncia che infestano le nostre serate rilassamento sdraiati in poltrona con gambe sollevate per comodità.

Si apre il collegamento esterno. Una piazza con diverse persone desiderose di intervenire e un giornalista con il microfono in mano per intervistare. Ecco il collegamento e finalmente a uno dei presenti ansiosi di intervenire viene data la parola e può dare libero sfogo alla rabbia che dentro gli urge per tutte le ingiustizie di cui tutti noi siamo vittime. Gli altri presenti assentono con veemenza, partecipi della sua rabbia. È una cascata di urla che investono anche il telespettatore totalmente passivo che difficilmente osserva e ascolta con occhio critico… però assimila.

Ecco: questo vuole il potere da noi: che ci sentiamo appagati da qualche rabbioso intervento in tv che dà l’illusione di “essere” per poi tornare nell’anonimato, oppure assentiamo comodamente seduti in pantofole e magari annoiati. Perché è molto più facile protestare, annuire o essere spettatori che rimboccarsi le maniche e cercare di ricostruire una civiltà che sta boccheggiando.

Ma perché la riflessione possa avere un minimo di utilità concludo con una domanda: si sta meglio se si sbraita o ci si arrabbia oppure se si è fatto qualcosa di costruttivo e utile per s’è e per tutti?

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inserito il 15-05-2014     -