Quando vi chiederanno cosa significa "morire con dignità"...

... pensate a Mario Palmaro (nella foto), insegnante, giornalista, cattolico di grande e limpida fede. Uno dei pochi che non si sono mai arresi al politicamente corretto e al buonismo bugiardo che stanno prendendo sempre più piede nella Chiesa.
 
Non l'ho mai conosciuto di persona ma ho letto con passione i suoi libri e i suoi interventi sempre coraggiosi e controcorrente. Il suo era "Sì, sì, no, no", senza ambiguità e cedimenti o compromessi con le mode del pensiero dominante. È come se avessi perso un amico, anche se sono sicuro che da dove è ora pregherà per noi, per le nostre difficoltà e per il nostro mondo che corre ciecamente alla rovina.
 
Mi permetto di riportare la sua ultima testimonianza, scritta poco tempo prima della morte avvenuta ieri. Spero che di fronte a parole così vere e profonde chi blatera di eutanasia e di "morte dignitosa" sosti almeno per un attimo in rispettoso silenzio.

"Con la malattia capisci per la prima volta che il tempo della vita quaggiù è un soffio, avverti tutta l’amarezza di non averne fatto quel capolavoro di santità che Dio aveva desiderato, provi una profonda nostalgia per il bene che avresti potuto fare e per il male che avresti potuto evitare. Guardi il crocifisso e capisci che quello è il cuore della fede: senza il Sacrificio il cattolicesimo non esiste. Allora ringrazi Dio di averti fatto cattolico, un cattolico “piccolo piccolo”, un peccatore, ma che ha nella Chiesa una madre premurosa.

Dunque, la malattia è un tempo di grazia, ma spesso i vizi e le miserie che ci hanno accompagnato durante la vita rimangono, o addirittura si acuiscono. È come se l’agonia fosse già iniziata, e si combattesse il destino della mia anima, perché nessuno è sicuro della propria salvezza.

D’altra parte, la malattia mi ha fatto anche scoprire una quantità impressionante di persone che mi vogliono bene e che pregano per me, di famiglie che la sera recitano il rosario con i bambini per la mia guarigione, e non ho parole per descrivere la bellezza di questa esperienza, che è un anticipo dell’amore di Dio nell’eternità. Il dolore più grande che provo è l’idea di dover lasciare questo mondo che mi piace così tanto, che è così bello anche se così tragico; dover lasciare tanti amici, i parenti; ma soprattutto di dover lasciare mia moglie e i miei figli che sono ancora in tenera età. Alle volte mi immagino la mia casa, il mio studio vuoto, e la vita che in essa continua anche se io non ci sono più. È una scena che fa male, ma estremamente realistica: mi fa capire che sono, e sono stato, un servo inutile, e che tutti i libri che ho scritto, le conferenze, gli articoli, non sono che paglia.

Ma spero nella misericordia del Signore, e nel fatto che altri raccoglieranno parte delle mie aspirazioni e delle mie battaglie, per continuare l’antico duello". (Mario Palmaro, 5 giugno 1968 - 09 marzo 2014)

inserito il 11-03-2014     -