Se la cultura anestetizza l’umano

«Qualche tempo fa, in una lezione in un’università italiana, – scrive Giovanni Fighera in un articolo pubblicato il 22-8-2013 su www.lanuovabussolaquotidiana, con il titolo La cultura che anestetizza l’umano – un professore di filosofia sosteneva di fronte agli studenti che un atteggiamento serio avrebbe dovuto indurli a dubitare che lui stesso stesse parlando e che quella fosse una cattedra. Una studentessa ha allora alzato la mano per controbattere tali disquisizioni, sostenendo che la conseguenza più ragionevole di tale impostazione del problema sarebbe stata uscire dall’aula, dal momento che nessuno era certo che in quel momento si stesse tenendo una lezione di filosofia. Una tale impostazione negava anche l’evidenza stessa della realtà».

Pare strano che si insegnino tali cose nelle aule dove si dovrebbe diffondere la profondità e l’ampiezza della cultura, perché forse non ci rendiamo conto che tale modo di pensare ormai ha intriso col suo veleno il nostro approccio alla realtà, anche quella quotidiana. Se ne rese ben conto Benedetto XVI quando parlò di “dittatura del relativismo” e lo conferma Francesco I nell’enciclica Lumen fidei, laddove pone alla base della crisi e dell’incomprensione della fede l’indebolimento della ragione. A quest’ultima, infatti, il più recente pensiero ha voluto precludere l’accesso alla verità, quasi che per noi fosse un traguardo irraggiungibile e, in fin dei conti, poco attraente. Insomma, che cosa interessa all’uomo di oggi sapere perché siamo qui, qual è lo scopo della nostra esistenza, dove ci stiamo incamminando? 

Se, però l’uomo non si dà più la libertà di porsi tali interrogativi e di slanciarsi alla ricerca delle loro risposte, come potrà affrontare l’incontro con Cristo nella fede? L’uomo di oggi dice “credo” solo sulla base dei pochi insegnamenti ricevuti prima della Cresima? Oppure, dice “non credo”, ormai assuefatto dall’ascolto, magari attraverso trasmissioni televisive, delle ormai consuete invettive al cattolicesimo? Secondo queste, «la fede sarebbe allora ― si legge nella Lumen fidei― come un’illusione di luce che impedisce il nostro cammino di uomini liberi verso il domani. In questo processo, la fede ha finito per essere associata al buio» (LF, 2, 3). 

Troppo spesso ci affacciamo nel mondo, col solo bagaglio delle poche nozioni di catechismo, e ci scontriamo con una cultura che mina alla radice la retta ragione e la fede. Così, nel tentativo di non perdere quest’ultima, «si è pensato di poterla conservare, ― afferma il Papa ― di trovare per essa uno spazio perché convivesse con la luce della ragione. Lo spazio per la fede si apriva lì dove la ragione non poteva illuminare, lì dove l’uomo non poteva più avere certezze. La fede è stata intesa allora come un salto nel vuoto che compiamo per mancanza di luce, spinti da un sentimento cieco; o come una luce soggettiva, capace forse di riscaldare il cuore, di portare una consolazione privata, ma che non può proporsi agli altri come luce oggettiva e comune per rischiarare il cammino. Poco a poco, però, si è visto che la luce della ragione autonoma non riesce a illuminare abbastanza il futuro; alla fine, esso resta nella sua oscurità e lascia l’uomo nella paura dell’ignoto. E così l’uomo ha rinunciato alla ricerca di una luce grande, di una verità grande, per accontentarsi delle piccole luci che illuminano il breve istante, ma sono incapaci di aprire la strada. Quando manca la luce, tutto diventa confuso, è impossibile distinguere il bene dal male, la strada che porta alla mèta da quella che ci fa camminare in cerchi ripetitivi, senza direzione» (LF, 3). 

Tutto ciò ha come conseguenza lo smarrimento della ragione dietro ad obbiettivi mediocri, passeggeri e la perdita della fede, la quale è (è bene ricordarlo) l’adesione dell’intelletto speculativo, con amore, alla Verità Rivelata. Per questo atto, si può ben capire, occorre che la ragione possa contemplare le cause più elevate, Dio, il bene, il vero e il bello, e così essere pronta ad accogliere verità superiori dalla rivelazione di Dio stesso. «La mia fede è stata sempre forte, ― afferma don Dolindo Ruotolo nelle Pagine di autobiografia. Il mio carattere ― ma fondata sulla verità. Non ho accolto nulla di ciò che veniva dal Signore, senza ragionarci sopra. Dirò meglio, il Signore non ha fatto nulla senza farne risultare la logica e le ragioni. Per questo la mia fede è incrollabile, e spero lo sia sempre. Ho percepito sempre chiaramente tutta la cretinaggine delle moderne teorie filosofiche, e mi hanno fatto sempre orrore. Ho sentito e sento un profondo disgusto e disprezzo per questa scienza umana, fondata sull’arena e sulle ipotesi. Ho riguardato la fede come la più alta rivelazione scientifica, come la più alta sapienza. Tutto il mio apostolato è testimonianza di questo mio profondo sentimento». 

Ma questo processo razionale è stato inibito alla radice, allorquando, nella storia del pensiero moderno, si è insinuata la sfiducia nei confronti della capacità dei sensi di trasmettere all’intelletto notizia corretta della realtà. Ciò si è verificato con Cartesio: credo che il giudizio un po’ drastico di Revel non sia così lontano dal vero: «La storia della filosofia si divide in due periodi: nel primo si cercava le verità; nel secondo si è lottato contro di essa. Questo secondo periodo, che ha in Cartesio il geniale precursore e in Heidegger una manifestazione deteriore, comincia la sua fase di piena attività con Hegel». 

Il pensatore francese, con la pretesa di voler fondare una scienza sicura su idee chiare e distinte, ha finito per ritenere valido solo il procedere matematico, svilendo il pensiero metafisico il quale non trova disaccordo con la sensibilità, ma anzi aiuto, secondo le possibilità di quella. Ora diffidare dell’apporto dei sensi significa staccare la nostra intellettualità dalla realtà e confinarla nell’inevitabile scetticismo (paralisi della ragione) a cui facevamo cenno all’inizio. Una ragione che si fa autonoma dal contributo che i sensi possono portarle o diventa scettica nei confronti delle informazioni che riceve dall’esterno o diventa autoreferenziale, soggettivistica, finendo così per imporre alla realtà il suo punto di vista. E, dato che questo è forzatamente limitato, sarà scoraggiata dall’affrontare i traguardi più ardui ed elevati della conoscenza. E’ così che il senso della vita comincia a diventare un argomento che non interessa più

Tutto ciò va inevitabilmente a detrimento della fede: basti ricordare quanto afferma san Giovanni nel prologo della sua prima lettera: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la Vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo». (1, 1-3). Se, infatti, non crediamo più a quello che vedono i nostri occhi, a quello che toccano le nostre mani, come potremo credere a quello che hanno visto e udito gli Apostoli? Ecco che la fede si ridurrà ad una “follia collettiva” (che non esiste), ovvero ad un “sentire” privato della Chiesa primitiva. Ma, come si legge nell’Enciclica, «la fede, senza verità, non salva, non rende sicuri i nostri passi. Resta una bella fiaba, la proiezione dei nostri desideri di felicità, qualcosa che ci accontenta solo nella misura in cui vogliamo illuderci. Oppure si riduce a un bel sentimento, che consola e riscalda, ma resta soggetto al mutarsi del nostro animo, alla variabilità dei tempi, incapace di sorreggere un cammino costante nella vita». (LF, 24). 

Conseguenza di tale impostazione di pensiero, dunque, è la variabilità dei punti di riferimento culturali: i tempi e le mode culturali, le opinioni, i gusti, le voglie e i desideri personali fanno cambiare i giudizi sulla realtà e quindi anche sui comportamenti. Allora, o torniamo ad ammettere che la verità non è un prodotto di una ragione autoreferenziale, bensì è qualcosa che, superandoci, è capace di illuminare il nostro pensiero, oppure accettiamo di perdere oltre ad una fede salda, anche la possibilità di generare una conoscenza valida, scienze attendibili, e perfino comportamenti morali all’altezza del nostro essere uomini. 

Occorre convincersi del fatto che non si dà un’alternativa intermedia a queste due: «Richiamare la connessione della fede con la verità ― osserva il Pontefice ― è oggi più che mai necessario, proprio per la crisi di verità in cui viviamo. Nella cultura contemporanea si tende spesso ad accettare come verità solo quella della tecnologia: è vero ciò che l’uomo riesce a costruire e misurare con la sua scienza, vero perché funziona, e così rende più comoda e agevole la vita. Questa sembra oggi l’unica verità certa, l’unica condivisibile con altri, l’unica su cui si può discutere e impegnarsi insieme. Dall’altra parte vi sarebbero poi le verità del singolo, che consistono nell’essere autentici davanti a quello che ognuno sente nel suo interno, valide solo per l’individuo e che non possono essere proposte agli altri» (LF, 25)

Ecco svelato qui ciò che sta dietro al relativismo e al soggettivismo: l’affermazione, a tutti i costi, delle nostre voglie, il mettere al primo posto, nel nostro giudizio e poi nella nostra vita, il perpetuarsi delle proprie comodità, degli interessi utilitaristici, in definitiva, della propria sopravvivenza biologica al di sopra di tutto (detta anche Volontà di vivere e volontà di potenza). 

Si vede così quanto sia decisivo, per poterci riappropriare fin del semplice uso della retta ragione, di una sana morale e infine di una fede solida, rifarsi ad un pensiero che riacquisti le larghe vedute della metafisica, la quale sa, innanzitutto, che la corporeità non è qualcosa di negativo e di cui diffidare, bensì fa parte del nostro essere uomini ed è pensata per essere penetrata dalla spiritualità, anche quella più elevata, restando in posizione subordinata. Ecco che i desideri, le passioni, i sentimenti verranno valorizzati per quello che sono, chiamati in ausilio della ragione, in un’armonia da ricostruire. L’apertura alla realtà esterna, altresì, ci spalancherà di nuovo anche la possibilità del rapporto con le altre persone sulla base della verità. Contrariamente a quanto si pensa troppo spesso, invero, la verità, in quanto ci supera e ci illumina tutti, rappresenta l’elemento unificante per eccellenza, in quanto in essa ci possiamo riconoscere tutti. Nella verità, infatti, si potrà trovare la base solida del nostro intendere, dialogare, indagare, a partire dalla quale sarà possibile anche orientare verso il Bene comune la nostra azione.

«Una verità comune ci fa paura, ― scrive il Papa ― perché la identifichiamo con l’imposizione intransigente dei totalitarismi. Se però la verità è la verità dell’a¬more, se è la verità che si schiude nell’incontro personale con l’Altro e con gli altri, allora resta liberata dalla chiusura nel singolo e può fare parte del bene comune… Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti.

D’altra parte, la luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena al mondo materiale, perché l’amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù. Essa illumina anche la materia, confida nel suo ordine, conosce che in essa si apre un cammino di armonia e di comprensione sempre più ampio. Lo sguardo della scienza riceve così un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli studi della scienza» (LF, 34).

Inoltre, qui il Papa nota anche che l’amore è capace di durare e di permettere un cammino insieme solo se si radica nella verità immutabile. Ciò spiega come la perdita dell’anelito alla verità abbia portato alla falsificazione delle relazioni d’amore, condannandole all’effimero. Tutto ciò, come spiega la nostra fede, ha radici lontane, che affondano nella profondità della Vita divina. 

La Rivelazione, invero, è dono gratuito di Dio che si compiace di manifestare se stesso facendo conoscere la propria natura intima. Donare la conoscenza di se stesso diventa fondamento dell’amicizia con gli uomini e del Suo patto. E ciò avviene perché il Figlio, splendore del Padre, concepito intellettualmente dal Padre, contemplando la Bellezza e la Bontà dell’Essenza divina, rappresenta e crea ogni creatura per comunicare quelle qualità contemplate in se stesso, così da non essere solo Bello e Buono, ma anche autore di bellezza e bontà. In tal modo, poiché il Padre esprime se stesso e tutte le creature mediante il Figlio e ama se stesso, il Figlio e le Sue creature mediante lo Spirito santo, la Verità e l’Amore divini saranno il principio della conoscenza e dell’amore che Dio ha per delle creature. Dunque, è Verità immutabile quella che ci viene trasmessa nella creazione, Amore vero il legame tra il Creatore e la creatura, malamente imitato dall’uomo, allorché rifiuta di fare riferimento alla Sorgente. 

Oltre a comunicare la Sua natura, partecipandola alle creature, poi, il Figlio di Dio desidera anche condividere con l’uomo la Sua Figliolanza divina, in modo da non essere solo il Figlio, ma anche il Primogenito dei figli. (cfr. SAN TOMMASO, In ad Romanos 8, lect. 6, nn. 703-706 e In ad Colossenses 1, 15, lect. 4, n. 35).

inserito il 22-10-2013     -