Lo scafandro e la farfalla
“A volte può succedere che una malattia che mortifica e limita il corpo, anche in maniera molto evidente, possa rappresentare una vera e propria medicina per chi deve forzatamente convivere con essa senza la possibilità di alternative. Avendo la fortuna di mantenere la propria mente lucida e consapevole, la persona si rende perfettamente conto di quanto possa ancora dare e ricevere a chi vive accanto a lui, alla famiglia agli amici, ai colleghi di lavoro, al mondo esterno. La malattia, l’evento traumatico, non porta via le emozioni, i sentimenti, la possibilità di comprendere che l’«essere» conta di più del «fare»": è con queste parole che il dott. Mario Melazzini giudica la più significativa affermazione di Jean Dominique Bauby contenuta in Lo scafandro e la farfalla.
Lo scafandro e la farfalla è il titolo dell'autobiografia che Bauby, giornalista di successo e redattore capo della rivista francese «Elle», scrisse dopo che una grave malattia lo colpì rendendolo completamente immobile. Un autobiografia che oggi, grazie al regista americano Julian Schnabel, diventa anche film. Presentandolo all'ultimo Festival di Cannes, Schnabel ha spiegato così il senso della sua opera: «A volte è necessario che l’essere umano sia travolto da un’improvvisa, terribile tragedia perché scopra la sua vera natura e il significato più profondo della vita. Talvolta bisogna esplorare i meandri dell’inferno perché ci appaia un angelo pronto ad aiutarci». Nel film le sembianze dell'angelo hanno le fattezze di Marie-Josée Croze che interpreta il ruolo di Claude Mendibil, il ruolo cioè di chi, pur ritrovandosi a ricoprire il prestigioso ruolo di redattrice della rivista francese «Elle», in sostituzione proprio di Bauby, non si stanca di annotare pazientemente quanto lo stesso Bauby gli detta tramite il battito delle proprie ciglia facendosi, in definitiva, carico di tutti i suoi bisogni e in particolare di quello di essere ascoltato. "Sì, - scrive ancora il dott. Melazzini - è proprio l’ascolto una delle principali forme di presa in carico. Attraverso un’adeguata assistenza si può evitare che lo scafandro in cui si trasforma il corpo di chi ha perso le proprie funzioni motorie imprigioni un’anima che nonostante tutto può e vuole continuare a volare".
La storia di Bauby è una storia che ha commosso la Francia ed ha evidenziato come la prigionia di un corpo, trasformatosi in uno scafandro, non ha impedito ad un giornalista di successo, che poteva muovere solo un occhio, di riscoprire la bellezza del vivere. Riferendosi proprio a questo aspetto il dott. Melazzini conclude la sua recensione al film con queste meravigliose e toccanti parole: "Può sembrare paradossale, ma un corpo nudo, spogliato della sua esuberanza, mortificato nella sua esteriorità fa brillare maggiormente l’anima, ovvero il luogo in cui sono presenti le chiavi che possono aprire, in qualunque momento, la via per completare nel modo migliore il proprio percorso di vita. Un battito di ciglia, lieve e talvolta impercettibile come quello delle ali di una farfalla, può davvero divenire testimonianza della pienezza dell’essere, del sentire e allo stesso tempo un ponte che permette a pieno titolo di sentirsi vivi".
Insomma, per chi crede nella sacralità della vita e ritiene che essa abbia dignità sino all'ultimo respiro Lo scafandro e la farfalla è uno di quei film assolutamente da non perdere.
Nicola Currò
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