Io e te. E i nostri sei figli unici
Camperisti per necessità, colf di se stessi e sempre con una lavatrice in funzione. Un giorno di ordinario e felice affollamento in una casa in cui la privacy è sepolta sotto i letti a castello
Laura Borselli, Tempi
«Raccontami cos’hai fatto a scuola, possibilmente utilizzando fonemi non gutturali». Prima di interrogarsi sul significato delle parole di sua madre Emanuele (detto Lele), 11 anni, ha già iniziato a raccontare che sì a scuola è andata bene e cantare nel coro è divertente ma «dai almeno una partita ai videogiochi quando torniamo a casa». Chiara (9) dichiara solennemente che la maestra l’ha fatta arrabbiare, di mezzo c’è una matita sequestrata dalla maestra ovviamente senza motivo «perché io stavo solo disegnando e non stavo facendo niente di male. E no ti prego al catechismo non ci voglio andare è noioso e poi ci continuano a dire che discendiamo dalle scimmie. Ma possibile che non lo possiamo comprare questo cane?». «Possibile che non ti bastino quelle bestie rare dei tuoi fratelli?», ribatte la mamma parando il fuoco di fila delle richieste che spuntano a tradimento, perché è noto che «i videogiochi sono vietati tranne una partita nel week-end, al catechismo ci devi andare se vuoi fare la Comunione e il cane come facciamo a portarcelo dietro in camper?».
Camperisti si diventa per necessità quando la truppa delle vacanze estive si compone di mamma Laura, papà Benedetto, Tommaso (21), Vittorio (20), Maria, (17), Benedetta (14) e poi gli implacabili Lele e Chiara. Quando arrivano nei campeggi i turisti a impatto zero faticano a credere ai loro occhi. Soprattutto a credere che siano italiani, che vivano nel centro di Milano e non siano atterrati per errore a casa Tusa a distanza di una manciata di anni l’uno dall’altro. C’è stato un periodo in cui un paio di milioni di lire all’anno se ne andavano solo in pannolini, rigorosamente sottomarche in offerta speciale. Come quell’estate all’isola d’Elba ospiti della nonna, quando, cambiato un bambino, ce n’era subito un altro che se la faceva addosso. «Inquinatori», sibilò sprezzante un bagnante alzando gli occhi dal giornale su quel viavai dall’ombrellone al cestino.
Due lavatrici, almeno una sempre in funzione, panni stesi a tutte le ore del giorno, ognuno dei ragazzi più grandi stira almeno una volta a settimana, «teoricamente devo stirare solo le mie cose – racconta Maria – però qualche favore ce lo facciamo». A spanne le calze nel cestino della biancheria saranno una ventina, poi c’è la pila di quelle spaiate. La sera, tra una chiacchiera e un preghiera insieme, il cesto si porta in mezzo alla sala e ognuno cerca il compagno al calzino rimasto solo. Alle 7.15 del mattino sui fornelli bolle l’acqua per la pasta, riposa l’arrosto, sta per venire su il caffè. Prima di andare a lavorare Laura prepara il pranzo, imposta la cena, imbandisce la tavola per la colazione. C’è il latte speciale per Vittorio, allergico al lattosio, ci sono i biscotti per Maria, affetta da una grave sindrome autoimmune che le permette di mangiare solo pochissimi cibi senza soffocare. Ogni giorno bisogna ingegnarsi a cucinare qualcosa che vada bene anche per lei, centellinando la costosa farina di kamut e studiando focacce senza lieviti di sorta.
«Io non ho mai amato cucinare. E non ho istinto materno». Laura Salvetti, oggi avvocato matrimonialista, da grande si immaginava morta o ridotta in clandestinità, come del resto la gran parte dei suoi coetanei negli anni di piombo. Figlia di una rispettabile famiglia borghese, negli anni Settanta sta con la fierezza di un camerata dai capelli biondissimi nel rossissimo liceo Cremona di Milano. Un giorno in bagno vede una scritta: “Tusa fascista ti spacchiamo il cranio”. Un moto di simpatia irrefrenabile e profetico come solo l’adolescenza può produrre: «Lo devo conoscere», pensa. Anni dopo è all’Università cattolica che bigia le lezioni per studiare tedesco con gli amici più grandi quando qualcuno le indica da lontano Benedetto Tusa. Dieci anni più grande di lei, quel ragazzo biondo non è più quello delle botte e degli assalti al liceo Manzoni. Tusa si è avvicinato alla fede, ha conosciuto Alleanza Cattolica, soprattutto ha l’espressione di chi ha annaspato per ravanare in qualche corteo politico il senso di un’indomita ricerca della verità. Si conoscono, si frequentano, anche lei si converte. Un giorno lui se ne esce dicendo di aver capito che lei è la donna della sua vita e che ci pensi pure, lui l’aspetterà. La ragazza resiste ventiquattro ore.
Nove aborti in 24 anni
Quattro anni dopo si sposano, consapevoli che le possibilità di avere figli sono molto scarse. Laura è portatrice sana di un’anomalia genetica raramente compatibile con la vita. In 24 anni hanno sei figli e ne perdono nove, tutti intorno ai quattro mesi di gestazione. «Un giorno stavamo facendo l’ecografia quando il cuore ha smesso di battere. Il dottore rimase di sasso. Due giorni dopo ho perso il bambino». Per diverso tempo le foto dei sei magnifici Tusa che hanno polverizzato tutte le statistiche rimettendoci qualche dito delle mani e dei piedi (unica malformazione che alcuni di loro hanno dalla nascita), campeggiano sulla scrivania del ginecologo di mamma Laura. Servono a dire a donne disperate che niente è impossibile.
Laura non ha mai fatto un mese di maternità. Lo studio di fronte a casa che condivide col marito, lei civilista lui penalista, si improvvisa nursery alla bisogna. Cioè molto spesso. «Siamo fortunati perché abbiamo i mezzi e la possibilità per gestirci in totale libertà». L’ancora più agiata vita borghese che potrebbero condurre è stata barattata con la scelta di un’educazione cattolica per tutti i figli. «Lavoro per pagare le rette delle loro scuole e non me ne pento», commenta Laura. Vittorio e Tommaso, entrambi studenti di giurisprudenza, tengono la cancelleria per lo studio dei genitori; quando non sono occupati a fare da babysitter ai fratelli, s’intende. La truppa è fatta di soldati addestrati a rimboccarsi le maniche e per niente cammellati. Il giorno che Tommaso è tornato a casa col piercing si è beccato uno «stronzo» e un sorriso dalla mamma e un’alzata di sopracciglio del padre: «Non mi piace per niente, ma ormai l’hai fatto. Però nel mio studio con quel coso non ci entri». Tutte le volte che deve andare in Tribunale a depositare qualche documento Tommaso infila la cravatta e sfila il piercing. Con tutti, piccoli compresi, si parla di sesso. «La scienza è la mia più grande alleata», spiega Laura, molto fiera che i suoi ragazzi non abbiano bisogno di cicogne di sorta e sappiano benissimo come funzionano cicli mestruali, annessi e connessi. C’è chi ha giurato di rimanere casto fino al matrimonio e chi ha detto che si vedrà. La casa è equamente divisa tra milanisti e interisti. Prima di ogni derby le bandiere avversarie sventolano una su un balcone e una sull’altro. Laura non fa da mangiare per i milanisti e tutta la casa è in trincea per difendersi dal consueto tentativo di ratto della bandiera. A volte Benedetto si porta i maschi allo stadio di nascosto dalle femmine. «Facciamo molte cose insieme, ma abbiamo sempre cercato di trattarli come figli unici, non come i membri di un gruppo», spiega Laura. Il timore che siano appiattiti l’uno sull’altro si sgretola salendo nel regno di Tommaso, tra i pesci su cui conduce i suoi esperimenti, i suoi disegni manga e lo studio clandestino del giapponese che gli è costato una bocciatura al liceo.
Difficile prevedere al mattino chi si troverà in casa la sera. Spesso ci sono gruppi di preghiera, riunioni, cene. Laura e Benedetto sono epicentro di una girandola di iniziative e amicizie. Circa cinquecento euro alla settimana se ne vanno per la spesa base, poi ogni giorno si fa quella dei cibi freschi. I compagni di scuola che capitano qui all’inizio non si capacitano di come si possa vivere in una casa in cui la privacy è seppellita sotto i letti a castello, poi tornano e alla fine è faticoso mandarli via. Come la sera. Quando Benedetto tira fuori il prezioso barolo chinato e Laura la chitarra. Si suonano musiche celtiche, De Andrè e clandestini omaggi a un passato di cui è rimasto l’ardore ma non la nostalgia. «Loro sono la mia regola monastica», dice Laura guardando i ragazzi. Poi guarda Benedetto: «Tutto quello che facevamo insieme si moltiplicava, lui è l’architetto che ha colorato e arredato la mia vita». A lui piace tanto sentirselo dire.
Inserito da Sguardoleale
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