Compagni da non dimenticare
La morte, è l’ultima parola sulla vita? All’apparenza è così, ma abbiamo incontrato persone che ci hanno invece testimoniato il contrario, testimoni appunto, che la morte è stata vinta dall’amore: don Giancarlo, don Giorgio. don Natale. Sacerdoti, morti recentemente, che ci hanno aiutato ad alzare lo sguardo, a non temere la morte perché Cristo l’ha vinta offrendo tutto sé stesso, e risorgendo ha riacceso la speranza. E che, nella comunione dei Santi, ci aiutano ancora, adesso..
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In questo tempo dell’anno la Chiesa ci propone di non dimenticare i nostri defunti. Abbiamo mai pensato che il non dimenticare i nostri morti fa parte del medesimo impegno di testimonianza a favore della vita per il quale siamo sempre più spesso in prima linea? La qualità e il tipo vita che scegliamo, per noi e per i nostri cari, dipende sia da quello che ci aspettiamo dopo la morte come anche da quello che noi crediamo sia la nostra relazione con i nostri defunti.
La comunione dei santi, che resta uno dei perni centrali della nostra fede, è qualcosa che va in doppia direzione. I nostri suffragi e le nostre preghiere sono per coloro per i quali il tempo è adesso preparazione all’Incontro definitivo; le loro preghiere e la loro costante intercessione sono per la nostra preparazione a vivere questo cammino verso quel passaggio. Camminiamo come compagni del medesimo viaggio non solo tra noi vivi ma anche insieme a loro.
Ripescando nella nostra memoria scolastica, potremmo prendere spunto dalla poesia di Pascoli "La voce" (dai Canti di Castelvecchio). Notiamo due cose. La prima è che “la voce” – certamente come voce materna – si fa presente nel cuore del poeta nei momenti più difficili, disperati, prossimi a una morte decisa autonomamente come apparente salvezza da un istante o situazione di vita percepita come morte ben peggiore da sopportare: sulla spalletta di un fiume attirato dalla “facile uscita” che avrebbe entrando in quelle acque; in prigione, con la tentazione di “uscirne” con la morte auto deliberata; in tutti i "cupi abbandoni del cuore" che punteggiarono la sua vita.
La seconda è che ogni volta la voce, chiamandolo con il nome speciale dell’intimità (Zvanì!, Giovanni!), lo invita alla preghiera come mezzo per tornare alla vera realtà, come difesa dalla tentazione di “uscirne” cedendo all’illusione creata dalla disperazione o dalla paura.
Ecco, il fare memoria dei defunti è qualcosa di più che farli sopravvivere nella memoria, così come il loro ricordo è qualcosa di più di vago esempio che può sovvenirci al momento del bisogno. È un contatto vivo che permette di sostenerci, gli uni (noi vivi) con gli altri (i nostri defunti), per mezzo della preghiera, dentro il comune luogo in cui siamo e viviamo: il Corpo glorioso di Cristo Gesù. Preghiamo per loro e insieme con loro!
Contro l'imbecillità collettiva socio di SamizdatOnLine
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