Un minareto vagante

Vorrei spendere due parole, ma proprio due, sul risultato del referendum in Svizzera contro la costruzione di nuovi minareti.
Mi pare che la stragrande maggioranza dei commentatori sia fuori bersaglio, strumentalmente o no. Non mi stupisce: è la stessa gente che si era fidata dei sondaggi sul risultato del referendum stesso, smentiti in modo clamoroso.
Nel 1571 un mio conterraneo, Andrea Provana, guidò le tre navi dei Savoia nella battaglia di Lepanto.

Allora le cose erano più chiare di adesso: i pirati musulmani da ottocento anni infestavano l'Adriatico, saccheggiando, distruggendo, schiavizzando; gli stati europei erano sotto attacco continuo. Parlare di pregiudizio avrebbe causato sguardi stupiti. Perchè, fino agli inizi del secolo scorso, l'Islam si è sempre presentato con le armi davanti ai suoi interlocutori. Non è preconcetto, è storia. Maometto passò i suoi anni a sterminare gli oppositori, facendo di loro piazza pulita non appena sentiva di esserne più forte.
Questo magari non tutti lo sanno, o ne sono consapevoli. Ma vedono bene come si vive laddove l'Islam c'è. E' un altro modo di vedere le cose, poco da fare; e la paura è giusta.
Paura, giusta; metodo sbagliato. Non è proibendo - o usando - i segni esteriori che si possono fermare le invasioni. Se il nemico vince nel cuore nessun muro sarà abbastanza forte o alto, nessuna porta abbastanza robusta. Mettere una croce su una bandiera, ma perdere il senso di quello che la croce è, è avere già smarrito la strada fin dall'inizio.
Non è una identità da imporre. La croce vuol dire: io non ce la faccio a fare da solo. Tu sei morto per noi, aiutaci ad essere quello che vorremmo. E' la bandiera che nasce dal popolo, non viceversa. Se una cosa è giusta, ci si muoverà anche in sua difesa. Senza sottovalutare la potenza del male perchè non tutti sono buoni, non tutte le intenzioni sono limpide: altro che volemose bene.
 
L'altra osservazione è che una larghissima parte di quanti erano stati interpellati nei sondaggi avevano espressa un'intenzione diversa di voto. La domanda è perchè. Forse oggi c'è un'oppressione  - di cui "L'osteria volante" di Chesterton è stata profetica - che tenta di imporre come propria verità che non c'è verità; che non solo occorre far parlare tutti, ma bisogna stare zitti quando loro parlano; che non bisogna sindacare i modi di vita degli altri neanche quando appaiono palesemente sbagliati. Che, se ben guardiamo, è paradossalmente la motivazione che sta dietro al referendum stesso, voluto contro i segni esteriori delle religioni. Eterogenesi dei fini, si potrebbe dire.
 
Il risultato del referendum non è dovuto, non solo, alla paura di un diverso generico, xenofobia, chiusura: è un modo di dire "io so chi sono, anche se tu mi dici che non dovrei".
 
Berlicche  socio di  SamizdatOnLine

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