Noi artisti davanti al Pontefice

Alcune reazioni degli Artisti seguite all'incontro con Benedetto XVI
 
NOI ARTISTI DAVANTI AL PONTEFICE
di Ferdinando Camon
Dovevamo essere 250, ma siamo certamente di più, nella Cappella Sistina, invitati dal Papa. Scrittori, registi, pittori, scultori...: artisti di tutto il mondo. Tutti, cattolici e non, aspettavamo da una vita d’incontrarlo. Ed ecco, l’incontro avviene. E non su richiesta nostra, ma sua. Una gentile e-mail è piovuta nel nostro computer, c’informava che era «desiderio del Santo Padre incontrarci» per parlarci del nostro lavoro, di come molta arte oggi si chiude in se stessa e non si preoccupa di raggiungere un fine etico: che è ciò di cui l’umanità ha più bisogno.
Leggo l’e-mail, e mi sembra eufemistica: in realtà le cose stanno anche peggio. La distinzione non è fra arte autoreferenziale e arte morale. Tantissima arte oggi, specie nel campo dello spettacolo, soprattutto cinema, punta al denaro: se vuoi fare un film, dev’essere un affare. E l’affare lo fai (anche in tv, anche nel libro, anche nel teatro...) se cedi agli istinti del pubblico, lo compiaci o lo peggiori. Benedetto XVI vuol parlarci di questo? Vuol parlarci del bisogno dell’umanità di avere un’arte che la migliori, un’arte in cui la bellezza rimandi alla trascendenza? Grande tema. Non sono d’accordo con gli invitati che han rifiutato: approvavo in pieno Yehoshua, Oz e Grossman, ma visto che non sono venuti, ora ho qualche riserva.
Ognuno di noi ha un vistoso «passi» penzoloni sul petto, con nome e cognome. Sul retro è stampato un numero, che indica il nostro posto a sedere nella Cappella. Infinite curiosità e malignità sui numeri. Impossibile che siano casuali. Rispondono certamente a una gerarchia. Siamo stati valutati e pesati, chi merita la prima fila e chi l’ultima. C’è di peggio: un buon terzo dei presenti finisce dietro la transenna, da dove non vede nemmeno il Papa. Viviane Lamarque viene da me a lamentarsi. Ma tutti ci domandiamo: che graduatoria è? di artisticità, di cattolicità? Nanni Moretti sta tre file davanti a me, come Carlo Lizzani, Andrea Bocelli sta davanti a tutti, la Pamela Villoresi viene due numeri dopo di me: io ho il 123. Mondo e Parazzoli e Doninelli stanno dietro. Tornatore è tra i primi, come i fratelli Taviani. Qualcuno maligna: dev’essere il nostro ordine di salvezza eterna, chi si salva facile e chi fa fatica. Ma pochi minuti dopo scopriremo quant’è vero il detto evangelico «beati gli ultimi».
Alle 11 esatte tutti i faretti si accendono, la luce raddoppia, e tutti si voltano indietro. Il Papa avanza dalle nostre spalle. Sorride con mitezza, ora a destra ora a sinistra, parimenti. Si guarda bene dal concedere privilegi. Ma improvvisamente fa un gesto inspiegabile: vede due file avanti alla mia, sul lato che dà sul corridoio centrale, il faccione da luna piena di Lino Banfi, il Papa devia con uno scatto improvviso, s’illumina e stende la mano. Banfi s’inchina con flessuosità e gliela bacia. A quel punto ho un sospetto: la graduatoria rispetta la mediaticità. Il Papa sale verso il Giudizio Universale. Un dolcissimo coro di bambini si alza dalla nostra destra, poi l’arcivescovo Ravasi saluta il Papa, che dunque può parlare. Ecco dove scatta il «beati gli ultimi»: noi delle file anteriori, i prediletti, non sentiamo niente. Alla fine mi farò dare il testo scritto. Il Papa ha una visione manzoniana dell’arte: l’artista che fa arte ha una forza, ma l’artista che fa arte etica ha una doppia forza. Lui incoraggia verso questa doppia forza. L’artista lavora sul mistero, dice, ma il mistero è il regno del divino, artistico e divino si toccano. Nel sistema del Papa gira il concetto che le scale dei valori non possono restar separate, alla fine devono per forza toccarsi, e il valore del bene morale prevale su tutti. E’ stretta la relazione tra arte e trascendenza, tra arte e mistero, fede e arte scavano nel mistero, dunque sono sorelle. La bellezza salva dalla disperazione. Definisce «ipocrita» la bellezza che assume i volti dell’oscenità, della trasgressione e della provocazione. La vera arte, «anche quando scruta gli aspetti più sconvolgenti del male, si fa voce dell’universale attesa di redenzione».
Vorrei sapere se c’è qui la possibilità di una riabilitazione di scrittori cosiddetti immorali (Moravia, Pasolini...) in moralisti: si può orientare alla speranza descrivendo la disperazione. E allora, la sofferenza dell’artista, poiché ogni opera richiede sofferenza (a volte fino alla morte), può diventare redenzione: è possibile che l’artista si salvi perché è un artista. Su «Civiltà Cattolica» ci fu chi scrisse che Moravia e Pasolini sono certamente in Paradiso. Mi pare che il Papa passi vicino a questi concetti, dal suo discorso si possano ricavare. Finisce con dolcezza, chiude il foglio. Da noi, seduti, lunghi applausi. Lui per ringraziare si alza in piedi. L’arcivescovo Ravasi ci ferma nel corridoio, dà a ciascuno una medaglia-ricordo coniata per l’occasione. Sul retro c’è il Cristo che piomba su san Paolo, nella via di Damasco, opera di Michelangelo, nella Cappella Paolina. Una conversione traumatica. Avrei preferito qualcosa di diverso, e visto che tutto il discorso era d’impronta manzoniana, poteva incidere per noi il monito manzoniano: «Non profferir mai verbo - che plauda al vizio o la virtù derida». Che vuol dire: Non mettere la tua genialità al servizio dei soldi. O dei partiti. Il precedente incontro di un Papa con gli artisti risale a 45 anni fa. Troppi. Penso (ne parlo con Lorenzo Mondo, Ernesto Ferrero, Giuseppe Parazzoli, Maurizio Cucchi): sarebbe bello che gli artisti del mondo si ritrovassero ogni dieci anni qui nella Cappella Sistina, ma due giorni, uno ad ascoltare il Papa e uno a confrontarsi tra loro. Sarebbe meglio che fossero solo artisti cristiani (Mondo corregge: di area cristiana). Un minimo di pre-intesa, di problemi in comune. Treni e alberghi ce li paghiamo noi (come stavolta), i rinfreschi li offre la Martini&Rossi: al Vaticano non costa niente. Sento l’obiezione: un sinodo cattolico-laico? Rispondo: e perché no?

IL BELLO NON HA NÉ ETICHETTE NÉ RELIGIONE
di Alain Elkann
Caro direttore,
ho letto l’articolo «Noi artisti davanti al Pontefice» pubblicato da La Stampa domenica 22 novembre 2009 a firma Ferdinando Camon. Vorrei dire all’autore che ho trovato nel racconto della cerimonia in certi punti una licenza poetica scherzosa e ironica che faceva assomigliare la solenne giornata di ieri a una sfilata di moda. Io non mi sarei mai permesso di scrivere tali cose data la solennità e la simbologia di tale giornata viste le personalità presenti e la sacralità del luogo prescelto da Benedetto XVI: la Cappella Sistina. Avrei scritto che ringraziavo Monsignor Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura e della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, per aver organizzato con i suoi collaboratori un evento così significativo. Voglio ringraziare il Santo Padre per aver scelto un luogo così importante, un’icona così unica per coniugare la bellezza - su cui era incentrato il discorso del Pontefice -, la religione, la spiritualità, il talento e la Chiesa, visto che nella medesima Cappella Sistina, come ha ricordato Benedetto XVI con commozione, si tengono i conclavi e proprio lì in quel luogo Lui è stato eletto al Soglio di Pietro. Devo dire che pareva strano vedere arrivare in quella Cappella così famosa architetti, poeti, pensatori, cantanti, cantautori, registi, romanzieri che si stupivano di vedersi lì laici, cristiani, buddisti, ebrei e musulmani credenti e non credenti ma tutti in attesa del Papa. Tutti curiosi di sapere o di provare a capire con quali criteri il Vaticano avesse scelto proprio loro per presentare il mondo dell’arte e della cultura. Il regista Maselli parlando del Papa e del perché era venuto e del perché aveva accettato quell’invito, ha detto: «Comunque non capita ogni giorno di essere invitato da un Capo di Stato». A un certo punto ci è stato chiesto in italiano e in inglese di spegnere i nostri cellulari, di stare in silenzio, in raccoglimento ad attendere il Padre. Quel silenzio rispettoso dell’attesa era bello perché metteva tutti ad un livello di parità e di rispetto verso il Papa e il suo atteso discorso, poi quando è arrivato c’è stato un applauso e quando ha finito di parlare ce n’è stato un altro lunghissimo che confermava l’ampio consenso verso le parole del Pontefice ma soprattutto verso quell’iniziativa.
Nell’ultima parte dell’articolo di Camon ho letto, a dir poco con stupore, certi propositi tra l’altro accomunando nomi di persone che conosco bene e che so avere pensieri ben diversi, mi riferisco all’amico Lorenzo Mondo, biografo di Pavese e all’amico Ernesto Ferrero, biografo di Primo Levi. C’era scritto: «Sarebbe bello che gli artisti del mondo si ritrovassero ogni 10 anni qui nella Cappella Sistina, ma due giorni, uno ad ascoltare il Papa e uno a confrontarsi tra loro». Sarebbe meglio se fossero solo artisti cristiani (Mondo corregge di area cristiana).
Non credo che persone quali Zaha Hadid, Arnoldo Foà, Daniel Libeskind (architetto che ha realizzato il Museo dell’Olocausto di Berlino) o altri siano stati invitati lì per caso e se ricordo bene nel discorso il Papa si è rivolto a «Cari e illustri artisti, appartenenti a Paesi, culture e religione diverse, forse anche lontani da esperienze religiose, ma desiderosi di mantenere viva una comunicazione con la Chiesa Cattolica...».
Io credo di essere stato invitato in quella giornata in quanto scrittore di lingua italiana, ebreo che ha sempre lavorato per il dialogo interreligioso. Allora quando si legge «solo artisti cristiani» mi viene un brivido «non piacevole» e mi accorgo con tutto il rispetto che abbiamo interpretato in modo assai diverso una grande giornata alla quale sono grato e orgoglioso di aver partecipato con tanti uomini e donne di talento, tutti accomunati, dovunque fossero seduti, innanzitutto uguali, assolutamente uguali, in quella Cappella Sistina che Michelangelo e altri grandi maestri come Perugino, il Ghirlandaio, il Botticelli hanno saputo elevare a capolavoro assoluto dell’arte e patrimonio comune dell’umanità al di sopra di qualsiasi razza o religione.
Ieri nella Cappella Sistina e poi nei lunghi corridoi e nei saloni di Palazzo Vaticano ho sentito che si respirava un clima di soddisfazione, di consenso. La Chiesa aveva deciso in modo solenne dicendo: noi abbiamo bisogno di voi, di gratificare l’arte e gli artisti e questo dal Papa ai Cardinali ai Vescovi fino alle Guardie Svizzere che battevano i tacchi e facevano il saluto al poeta Conte, al poeta Rondoni, all’architetto Botta, allo scrittore Raffaele La Capria e molti altri. L’arte in quel sabato 21 novembre in Vaticano ha ritrovato il suo posto e anche il rispetto dovuto. Si capiva bene che tre grandi Pontefici quali Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI in un filo rosso sottile che li univa sentivano che gli artisti nella storia spirituale della Chiesa avevano un ruolo centrale. Del resto l’ispirazione di un artista e la fede sono cose tra loro molto molto vicine.
Ma la vera lezione che ho tratto dalla giornata di ieri nella Cappella Sistina è che il bello non ha etichette perché è soltanto bello.

GLI ARTISTI DAL PAPA MI DISPIACE PER GLI ASSENTI
di Ferdinando Camon
Su «La Stampa» di domenica Ferdinando Camon ha raccontato l’incontro degli artisti con il Pontefice auspicando un confronto periodico riservato solo ai cristiani. Su «La Stampa» di ieri Alain Elkann, ebreo e scrittore da sempre impegnato nel dialogo inter-religioso, ha espresso la sua obiezione. Qui di seguito pubblichiamo la risposta di Ferdinando Camon e un intervento di Lorenzo Mondo.
Domenica, su questo giornale, ho raccontato l'incontro del Papa con gli artisti. Lunedì è uscita una lettera-commento di Alain Elkann: sostanzialmente la scrittura di un altro articolo. Elkann mi rimprovera di aver avuto con l'incontro un approccio leggero. Io ho detto che noi tutti, cattolici e non, lo aspettavamo da una vita: dire che lo aspettavamo da prima della nascita mi risultava difficile. Elkann si sofferma sulla quantità di arte, altissima, che circondava l'evento. E' vero, era una cornice grandiosa. Ma se l'incontro fosse consistito in quella musica e quella pittura, pochi di noi ci sarebbero andati. Siamo andati per sentire il discorso. Dopo 45 anni, un Papa parlava di arte agli artisti: l'evento stava qui. Per me come per tutti, visto che tutti gli articoli parlano solo del discorso. Un discorso alto e complesso, ma anche rischioso. Non tutto mi lascia tranquillo. Sul Giudizio Universale di Michelangelo chiedo a Elkann di comprendermi: nessun artista cattolico lo può contemplare con libera gioia, come fa Elkann, per una ragione grave, anche ai fini del tema che il Papa trattava: su quell’opera di Michelangelo la Chiesa cattolica sbagliò. Quando Michelangelo aprì le porte e invitò il Papa e i cardinali a venire a vedere il lavoro finito, nel Papa e nei cardinali si diffuse la costernazione. Un cardinale sussurrò: «Un inutile sfoggio di sapienza anatomica», e un altro: «Non è una sala papale, è una sala termale».
Ogni volta che vedo la Cappella Sistina questo giudizio mi affiora nel cervello, doloroso e insopprimibile. Il rapporto della Chiesa con gli artisti, fino a Fellini, fino a Pasolini, a Testori, a Tondelli, è un problemaccio. Sul discorso del Papa, e sui problemi arte-morale, mi sarebbe piaciuto restare un giorno di più, e parlarne tra di noi ospiti. Se il Papa, come ha annunciato con quell'«Arrivederci», ripeterà l'incontro, ci terrei a che questo avvenisse. Tra noi chi? Ho detto: di area cristiana. Fin dove arriva l'area cristiana? Fin là dove la parola del Papa trova attenzione. Lo ha detto il Papa stesso. Fra tutti coloro che se il Papa chiama e li invita a venire, gli riconoscono autorità e vengono. Elkann è tra i primi. Ma i maggiori scrittori d'Israele, Yehoshua, Oz e Grossman, han rifiutato in blocco. Hanno ritenuto che il tema o l’oratore non meritassero ascolto? Con pieno diritto, se è così. Elkann glissa sul fatto, come se non importasse. A me ha dato delusione e dispiacere. Ma non facciamone una guerra di religione. Ci è stato detto: «Arrivederci», rispondiamo: «A presto».

UNA CAREZZA DEL PONTEFICE ALLA CULTURA
di Lorenzo Mondo
La sera prima dell’udienza papale nella Cappella Sistina, Ferdinando Camon, che si trovava in vena di ombrosità teologiche, mi trascinò con un gruppo di amici a parlare di crisi della cristianità, della difficoltà che prova spesso la Chiesa a farsi comprendere dagli stessi credenti, si tratti di Trinità o di giudizio finale. Di qui, il suggerimento di un auspicabile incontro con il Papa, seguito da un convegno di intellettuali di area cristiana, per dibattere intra moenia su certi problemi. Era una chiacchierata nei Musei Vaticani, davanti a due tartine e un calice di vino. Troppo poco per lasciar presumere - come ha fatto Camon in un suo articolo - la contrarietà mia e di altri a quello che sarebbe occorso l’indomani; per segnalare in particolare una avversione all’invito rivolto da Benedetto XVI (tramite monsignor Ravasi) ad agnostici e cultori di altre fedi religiose. Non si possono davvero confondere tempi, contesti e discorsi diversi.
Per quanto mi riguarda, sono invece profondamente grato per essere stato accolto tra tante persone di talento in quella Cappella Sistina che - come ha rimarcato Alain Elkann - è «patrimonio comune dell’umanità al di sopra di qualsiasi razza o religione». Ed ho apprezzato il discorso del Papa, limpido ed elevato, tale da mettere in imbarazzo molti suoi critici. Benedetto XVI ha voluto esprimere, con tratti di affettuosa gentilezza, l’amicizia della Chiesa - testimoniata da una storia millenaria e dal possente Giudizio michelangiolesco - per chi si applica a creare e scandagliare la bellezza. E questa, al di là di ogni superficiale appagamento o estetistica bellurie, deve essere intesa nella sua proiezione verticale, come finestra aperta sull’assoluto, sul mistero dell’uomo, sulla sua originaria nobiltà. Ed era suggestiva l’analogia che, appoggiandosi ai nomi di Simone Weil, Dostoevskij, Hermann Hesse, Von Balthasar, ha saputo istituire tra l’ispirazione artistica e quella religiosa: «Una funzione essenziale della vera bellezza, già evidenziata da Platone, consiste nel comunicare all’uomo una salutare “scossa”, che lo fa uscire da se stesso, lo strappa alla rassegnazione, all’accomodamento del quotidiano, lo fa anche soffrire, come un dardo che lo ferisce, ma proprio in questo modo lo “risveglia”...". Come ha detto con epigrafica efficacia il regista Tornatore, si è avvertita, in quelle parole, rivolte senza esclusione a tutti i presenti, “una carezza del Papa alla cultura”».
Articoli tratti da La Stampa

NON TEORIA MA UN’OFFERTA DI AMICIZIA
di Davide Rondoni
Il Papa ha parlato agli artisti che da tutto il mondo hanno accet¬tato il suo invito. Lo ha fatto in un modo fortissimo. Ha detto: «La bel¬lezza ferisce». Ha ripetuto che tra arte e fede c’è «affinità». E che nul¬la del genio di un artista è tolto o mortificato dalla fede. È stata una cosa intensa. E sobria. Alta e sobria. Sì, è vero c’era lo sfarzo magnifico della Cappella Sistina. C’era la de¬licata, violenta bellezza della infi¬nita serie di sale dei musei vatica¬ni. C’era l’aria bambinesca di tan¬ti di noi che ci aggiravamo tra quei tesori. C’era il cantore in veste di pizzo che dice all’amico: «Ahò, ma c’è Venditti! » C’erano il buffet e quelli che si complimentavano per l’opera dell’altro. E c’erano quelli che dicevano d’essersi visti l’ulti¬ma volta negli anni Settanta. In¬somma, c’era tutto quel che non può non esserci in ogni genere di ri¬trovo tra artisti. Ma soprattutto c’è stato l’invito sobrio e alto di papa Benedetto. L’invito ribadito a una «amicizia», cioè a tendere insieme alla bellezza. E alla visione. A ser¬vire con l’opera dell’artista non la «seducente», «ipocrita», «vana» bel¬lezza che viene spacciata per tale e che alimenta solo la «brama». Ma quella che rivela i tesori dello spi¬rito, che lancia segnali e ponti tra l’umano che siamo e l’infinito a cui tendiamo.
L’invito essenziale, potente del Pa¬pa, calibrato su tanti testi prece¬denti, su citazioni dei suoi predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II e alcuni pensatori tra cui Von Balthasar, è stato rivolto a una pla¬tea di artisti di ogni genere. Nomi più o meno noti al grande pubbli¬co. Protagonisti d’ogni genere di ar¬te: dalla danza alla poesia, dall’ar¬chitettura alla musica. Si era lì in tanti eppure in un numero neces¬sariamente esiguo ma, per così di¬re, era l’occasione d’ascoltare una parola in realtà rivolta a tutti colo¬ro che lo desiderano. E il Papa non ha voluto cavarsela con qualche frase di circostanza. Ha affrontato il cuore del proble¬ma dell’arte. Che si chiama «bel¬lezza ». Nonostante il pensiero del¬la nostra epoca, ha ricordato Be¬nedetto, sia spesso guidato o in¬fluenzato da persone che alla pa¬rola reagiscono con un 'sorrisetto' di compatimento, il problema del¬¬l’artista riguarda il significato del¬la parola bellezza e la sua espe¬rienza. Più volte il Papa ha richia¬mato che questo gesto di artisti sta¬va avvenendo nella cornice di una sala che è luogo privilegiato del¬l’arte e della storia della Chiesa. Lì si eleggono i papi, e di quei dipin¬ti Giovanni Paolo II ha detto che in un certo senso la Bibbia attendeva Michelangelo per farsi visibile. U¬na sintesi di arte e fede.
Benedetto non ha perso tempo a delineare una «teoria sull’arte». Ha ripetuto quel che gli artisti per e¬sperienza sanno: l’arte è una fine¬stra sul mistero della vita. Nem¬meno ha dato qualche consiglio morale agli artisti. Ha chiesto solo di stare dalla parte della speranza, che è vera figlia della bellezza. E ha fatto vedere la storia d’arte che la Chiesa ha mosso e ospitato nei se¬coli, invitando a farne parte. Tutti, fedeli o no, santi o peccatori. Lon¬tani che si credono vicini, o vicini che si credono lontani. Non ha chiesto di aderire a una teoria, ha offerto un’amicizia. E oggi, tra i tan¬ti che sull’arte speculano, chiac¬chierano, tessono inganni, o muli¬nano aria fritta, chi davvero offre una cosa chiamata amicizia agli ar¬tisti e al loro lavoro? Per questo in tanti, di ogni genere, abbiamo accettato l’invito di Papa Benedetto.
Avvenire, 22 novembre 2009

LA BELLEZZA SALVERÀ IL MONDO
di Davide Rondoni
Il Papa è entrato nella sala della Cappella Sistina rapido e sorridente. Al seguito poche persone, uno con una borsa di pelle un poco sdrucita. Ho pensato: forse un medico, o uno con degli attrezzi. Ma di attrezzi strani non ha avuto bisogno il Papa per parlare a noi cinquecento artisti invitati da tutto il mondo. È stato semplice e diretto. Ha detto, in sintesi: l'arte è una finestra sul mistero, sulla bellezza. Vi offro la mia amicizia, l'amicizia della Chiesa, di questo posto dove l'arte parla da millenni, perché la fede e l'arte hanno qualcosa di simile.
Ad ascoltarlo grandi artisti internazionali, come Bill Viola, famosi architetti come Mario Botta, e nomi e volti italicamente noti, da Moretti a Cocciante, da Sorrentino a Lino Banfi, da Ranieri al simpaticissimo Giacomo del trio di Aldo e Giovanni. E poi scrittori come Tamaro, Bevilacqua, Parazzoli, Mondo, Doninelli, Elkan, poeti come Cucchi, Conte, Lamarque, Mussapi. Tutti un po' in gita e un po' emozionati. Gente di molta fede, e gente di fede così così o di nessuna. O di altra fede. L'occasione dell'invito, curato da Monsignor Gianfranco Ravasi, è stato dato dal decennale della importante Lettera agli artisti di Giovanni Paolo II per il Giubileo. E nel 1964 anche Paolo VI aveva fatto un incontro simile.
Un po' smarriti e curiosi ci siamo aggirati per le sale dei Musei vaticani. Gente che si rivedeva dopo trent'anni, o compagni di avventure frequenti. Venerdì sera il ricevimento, dopo la visita alla parte moderna e contemporanea della collezione d'arte. La forza del crocefisso di Sutherland. O le due figure di Previati. Bacon, Boccioni…
E poi nella magnifica Sistina ieri l'incontro con Benedetto. Che è andato dritto al problema. Il problema che si chiama: la bellezza. Che ferisce e attrae, che non ci sta a essere irrisa dal sorrisetto cinico di tanti maestri del pensiero contemporaneo che la trattano come una invenzione del passato. Che non ci sta a essere solo una specie di esca per mettere in moto brame di possesso.
La bellezza che, insomma, non lascia in pace l'uomo, e dà tormento e visione agli artisti. Il Papa ha detto che la Chiesa è amica di tutto questo. Lo è stata lungo i secoli, e se pure qualcuno vorrebbe rompere questa amicizia, se pure tra clericali e gretti laicisti in molti ce la mettono tutta a far fuggire la bellezza dalle stanze del cuore e o delle stanze delle nostre città dove si pronuncia il nome di Dio, questa amicizia non si rompe. Il Papa l'ha riaffermata. Lo fa non in nome di una "teoria" cattolica dell'arte, ma di una storia spaventosa di bellezza e di fervore. E grazie alla forza di pensiero, di testimonianza d'arte e di amicizia che si esprimono in tante figure del nostro tempo. Non a caso ha citato Simon Weil, Von Balthasar e altri.
La grande scrittrice americana Flannery O'Connor quando le obiettavano che una cattolica non poteva essere una artista nel 900, rispondeva serafica e tagliente che lei proprio perché era cattolica non poteva che essere un'artista nel 900. Come dire: chi ha un senso vivo del mistero nella vita, chi non accetta la riduzione del cuore a pompa provvisoriamente funzionante, chi conosce l'arte come "ragione in atto", cioè ragione non ridotta a razionalismo e non bisognosa di fughe irrazionalistiche per toccare il mistero abissale del vivente, ecco, costui nel nostro tempo comprende la attualità dell'amicizia proposta nuovamente ieri da Benedetto. La storia dell'arte senza la Chiesa semplicemente non ci sarebbe. Ma quel che la può alimentare non è la resistenza di musei, o un dispiegamento istituzionale di mezzi.
So che al dicastero della cultura pensano di firmare un padiglione di arte vaticana alla Biennale di Venezia. Mi pare un'azione ambigua. Quel che alimenterà arte ferita e attratta dalla bellezza come feriva e attraeva Michelangelo sarà l'amicizia nella vita tra uomini di fede e uomini dell'arte. Così che nella vita degli uni l'arte non sarà una faccenda estranea -come troppe volte ora accade, anche ai più alti livelli di gerarchie e di istituti formativi - e nella vita di noi artisti il volto del mistero che tutto crea anche nelle nostre stesse mani s'incarni nei giorni e nelle ore consuete, e non solo come un profilo sfuggente nella bellezza e nelle ombre.

Il Sole 24 Ore, 22novembre 2009

IL PAPA LANCIA LA SFIDA ALL’ARTE SPETTACOLO
di Luca Doninelli
Dalla Sala stampa mi arriva l’indiscrezione secondo cui moltissimi artisti esclusi hanno fatto il diavolo a quattro per essere invitati. Ci sono state proteste vibrate. Reazioni indignate o stupefatte. Ragazzi, si dà il caso che le liste di convocazione siano fatte così: ingiuste per natura. Sapeste quante volte è toccato a me.
Anche l’ultima lista, quella giusta, non mancherà di suscitare polemiche. Ne fa fede il Giudizio universale che campeggia di fronte a noi non come una minaccia, ma come un promemoria. Saremo nella lista buona? Monsignore Ravasi ci chiamerà, quel giorno? Bisogna provarci. Il guaio è che noi quaggiù, col calcagno immerso nella melma della storia, distinguiamo a fatica i sentieri buoni da quelli che finiscono in niente. Eppure i segni ci sono, le indicazioni esistono. Parlo con artisti molto laici. Il bisogno esiste. La bellezza, mi spiega il fotografo Gabriele Basilico, è stata estromessa dall’estetica moderna, che la considera retorica. Ma era giusto che tornasse al centro del discorso, non la si può togliere di mezzo: retorica o no, il fuoco è lì.
Quanta storia, a Roma! Camminando lungo la via Cola di Rienzo verso la basilica di S. Pietro, le solite statue viventi - l’angelo con le ali, Dante Alighieri, la fatina ecc. - non riescono a star ferme nei loro abiti bizzarri. Sotto la tinta verde o rosa, le loro facce si contorcono. Sono tutti stranieri, e rumorosamente chiedono soldi per sé, per i loro figli. A star fermi come statue proprio non ce la fanno. La crisi forse starà passando per i ricchi, ma i poveri ci sono dentro, le fette di torta sono più piccole per tutti, figuriamoci per quelli a cui toccavano già solo le briciole. E poi le mura vaticane, austere e ingiuste di un’ingiustizia che non si è mai risolta. Roma assomma cicatrici vecchie e nuove.
Ma c’è qualcosa che oltrepassa le brutture della storia. Nel suo discorso Benedetto XVI, richiamandosi a quanto detto in proposito dai suoi predecessori Paolo VI (che sognò una nuova, grande stagione di collaborazione tra la Chiesa e gli artisti) e Giovanni Paolo II, usa la parola più importante: speranza. L’uomo non è fatto per il disordine, per la bruttezza, per il caos. C’è un bisogno insopprimibile, una speranza («ineffabile» disse Rilke, perché per l’uomo moderno sperare è quasi una vergogna), alla cui voce nemmeno l’artista più moderno e cinico - se è un artista - può chiudere le orecchie. La bellezza è una ferita. Ne parla Michelangelo qui, nella Cappella Sistina, mostrando quel doloroso bisogno come la legge stessa della storia, dall’alfa della creazione all’omega del giudizio. La bellezza è un segno a sangue che sospinge l’uomo «verso l’alto», cioè gli fa desiderare di essere migliore, lo orienta verso un bene mai immaginato prima, come magistralmente racconta Dostoevskij in Delitto e castigo.
Tra i grandi citati dal Papa non poteva mancare il suo grande maestro, il teologo svizzero Von Balthasar, che fa della bellezza la prima parola del vocabolario umano. Non l’arte, non la bellezza prodotta dall’uomo, ma l’irrompere di qualcosa che mette nel cuore il desiderio di un destino finalmente umano. Questa è la sfida che gli spiriti più sensibili hanno saputo cogliere nelle parole del Papa. Nomi importanti di poeti, scrittori, architetti, fotografi, registi, attori sfilano nella Sistina, vero ombelico di tutta la storia dell’arte, dove tanta storia umana è stata ed è decisa. Distinguo Bob Wilson, Tadao Endo, Santiago Calatrava, Mario Botta, Emilio Isgrò, ma anche Lino Banfi, Monica Guerritore, Giacomo Poretti (sì, quello del grande trio), e un tuffo al cuore mi prende quando vedo Terence Hill. E poi vedo Andrea Bocelli, Riccardo Cocciante, Antonello Venditti, Giosetta Fioroni, Nanni Moretti.
Non era affatto scontato che tutte queste persone (e molte altre che non ho riconosciuto) accettassero parole tutte centrate sull’ineluttabilità della speranza, sulla ferita della bellezza. Siamo diventati tutti così moderni, così scettici! Invece il testo del discorso è andato a ruba, e durante il ricevimento se ne è molto parlato, con grande apertura d’interesse. Merito del Papa, certo. E merito anche di monsignor Ravasi, milanese prestato alla capitale, che ha pensato e fortemente voluto questo incontro, sfidando l’ira degli esclusi.
Ma io credo che il successo di questo momento venga da più lontano. La mia impressione è che il mondo della cultura e dell’arte non ne possa più di questa modernità così deludente, dell’arte ridotta a «esercizio provocatorio e autoreferenziale» (Ravasi). Vengono alla mente le parole che Roland Barthes, guru della modernità, scrisse dopo la morte della madre: «D’un tratto, non m’importa più di essere moderno». Basta con questa gara a chi è più cinico, più provocatorio, a chi sa stare meglio sotto i riflettori. Basta con quest’arte ridotta a gioco per ricchi. Basta con questo mondo finto, in cui la massima aspirazione per un artista sembra essere quella di diventare un pubblicitario, un creatore di mode, un intrattenitore, un inventore di sogni.
La storia, però, continua il suo cammino verso il Giudizio universale, oppure verso il nulla senza alcun giudizio. Se si vuole che il senso di questo incontro non vada perduto occorre fare in fretta. Il pallino del gioco ora è nelle mani di chi ha lanciato il sasso, ossia della Chiesa. Si tratta di passare alla controffensiva, sfidare le parole di chi detiene il potere e dare inizio a una nuova battaglia per la cultura e per la libertà. Contrastare, se necessario, il potere con un altro potere. Far crescere, con azioni concrete e mirate, quel germe di speranza che l’incontro ha fatto balenare in tutti.
E scusatemi se non vi parlo del ricevimento, degli abiti delle signore, del buffet, del menu, dei cocktail, delle cravatte. Di solito si fa così, quando non c’è nient’altro di cui parlare.
Il Giornale, 22 novembre 2009

0
Il tuo voto: Nessuna