Compassione? Significa soffrire insieme!
Non molti anni fa, se un uomo uccideva un altro uomo si parlava chiaramente di omicidio e nemmeno esisteva l'idea che potesse esistere un suicidio assistito, mentre l'eutanasia era una parola che potevi trovare magari in romanzi di fantascienza.
Ora tutte le parole sono sfumate, hanno mille significati a seconda di chi le usa o le interpreta e si fa una grande confusione che non giova a nessuno. Quasi le si volesse svuotare di significato, perché anche la vita sta perdendo sempre più significato.
Le parole diventano ambigue, sempre più ambigue, perché incerta è la loro interpretazione: così può essere pietoso e compassionevole chi uccide una persona, come un tempo si ammazzavano i cavalli feriti per non farli soffrire.
Ed è inutile recuperare il significato di com-passione che significa soffrire insieme (da cum-patior), non certo eliminare la sofferenza dell'altro, uccidendolo perché è un dolore troppo pesante da sostenere.
Ma pare inutile anche riaffermare che l'uccisione di un uomo è sempre omicidio; perché ormai s'è perso il significato stesso di morte e non si sa nemmeno cosa sia la vita...
E la confusione ora è tale che si finisce per trovare quasi caritatevole il gesto di un amico che uccide l'amico in fase terminale.
Conoscerete la notizia: Ray Gosling, noto giornalista della BBC, ha confessato in tv di aver soffocato il partner malato di Aids.
Penso che tutti ieri sera abbiate visto al telegiornale la figura di questo settantenne che simula, in modo sconcertante, con il gesto delle mani, l'azione con la quale ha tolto la vita al suo giovane compagno.
C'era tra loro un accordo per cui il giovane chiedeva di avere il sostegno dell'amico nel caso che la malattia l'avesse condannato a morte; e il noto giornalista l'ha aiutato ad anticipare il momento supremo con un gesto che per la legge inglese va punito con quattordici anni di carcere.
Impressionante, a dir poco, la lucidità e il distacco con cui il giornalista in questione si è lasciato intervistare per rendere pubblica, in una nazione in cui il dibattito sull'argomento è acceso, una vicenda dolorosa e ingiustamente consegnata alle discussioni spesso ideologiche sull'argomento.
Davanti alle certe prese di posizione astratte a me piace ricordare la struggente lettera del giovane Andrea che, malato di AIDS e in fase terminale, racconta come l'incontro con un amico, Ziba, gli ha permesso di vivere in serenità gli ultimi giorni della sua giovane vita e potete leggerla qui: Andrea Ziba e l'AIDS
Accanto a questa testimonianza così commovente voglio anche ricordare la vicenda di P. Aldo Trento che in Paraguay gestisce una clinica per malati terminali e che dice con serenità:
guarire, almeno dal punto di vista medico. Ma noi vogliamo comunque aiutare i pazienti a morire con dignità. La prima medicina che diamo a queste persone è l’amore. Io non ho paura di avvicinarmi ai malati di Aids, so che è il Signore che me lo chiede. Non ho paura di abbracciarli e baciarli. Ogni giorno vado a benedire i malati con il Santissimo. Lo poggio sul loro capo, chiedendo il miracolo della guarigione. Nella nostra clinica non ci sono crocifissi appesi alle pareti: per noi il malato che soffre coincide con il Cristo crocifisso.” (Culturacattolica.it
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